Vendita diretta, "Parola chiave: trasparenza"

IFN risponde al commento di un lettore

Vendita diretta, "Parola chiave: trasparenza"

L’articolo uscito nell’edizione di venerdì relativamente alla vendita diretta da parte degli agricoltori (clicca qui per approfondire) ha generato diversi commenti da parte dei nostri lettori. 

In particolare, i fruttivendoli hanno tenuto a rimarcare come stiano subendo una concorrenza sostanzialmente scorretta, soprattutto da parte di quei produttori che abusano della possibilità di acquistare da terzi. Parimenti ci sono giunti commenti, come quello sottostante, che evidenziano come si possa per lo meno migliorare la trasparenza dei prodotti venduti dagli agricoltori.

Ho letto con interesse l’articolo in oggetto su IFN e le constatazioni del grossista incognito non giungono affatto nuove: al contrario confermano quanto si può intuire, soprattutto fra noi addetti ai lavori. Premetto che per due anni ho collaborato con ISMEA nella realizzazione di eventi legati al progetto VE.DI (vendita diretta), girando per l’Italia in workshop rivolti ai produttori agricoli, cercando di diffondere una cultura del rapporto diretto con il consumatore che evolvesse rispetto alle forme più tradizionali (farmers market). Il gruppo di lavoro che si era costituito ipotizzava diverse opportunità/modalità che possono essere implementate dalle imprese agricole (vendita on line, ristorazione collettiva, canale horeca, ecc.). Ne era emerso un ventaglio di pratiche che certamente richiedevano una visione ed una gestione “evoluta” che inevitabilmente avrebbe comportato competenze e riassetti organizzativi non di immediata applicazione. Tuttavia, le prospettive di volumi e ricavi erano e sono incoraggianti, anche perché casi di successo (le tanto sbandierate best practice) ne esistono e indicano che ce la si può fare. ISMEA condusse anche un’indagine sul consumatore i cui risultati poi non vennero divulgati ed il motivo francamente mi è ancora sconosciuto.

Venendo ai contenuti dell’articolo, mi pare che l’oggetto del contendere, risieda nel fatto che i produttori che presidiano spazi di vendita diretta (sia nei farmers market come nei sempre più numerosi stalli dei mercati rionali e cittadini), completino la loro offerta acquistando prodotti terzi al pari di qualsiasi altro commerciante. Nel ribadire la piena convinzione e certezza che la commercializzazione di prodotti non propri e/o di altre aziende collegate è una pratica diffusa, ritengo che vi sia un unico strumento, anche di semplice attuazione, che permetta di fare chiarezza ed evitare pratiche scorrette.

Lo strumento si chiama TRACCIABILITA’. In termini semplici: sarebbe sufficiente integrare il dispositivo normativo (D.Lgs. 228 del 18 maggio 2001) con l’obbligo da parte dei produttori di esporre sulla merce, dei cartelli evidenziando la provenienza AZIENDALE, la data di raccolta, le tecniche colturali utilizzate (bio, integrata, ecc.). In questo modo il consumatore, anche solo per esclusione, capirebbe ciò che è prodotto dall’azienda e quanto invece non lo è. Ma parliamoci chiaro, questo dovrebbe divenire una “conditio sine qua non”: vale a dire chi vuole vendere i propri prodotti deve dotarsi di una carta d’identità che lo distingua da altri soggetti commerciali. Come sempre è una questione di volontà, politica in prima luogo, per mettere ordine ad un comparto dove la confusione regna quotidianamente.
Vi sarebbe poi l’aspetto legato alle quotazioni. Sono consapevole di gettare benzina sul fuoco, ma credo che il consumatore si attenda anche di avere benefici economici nell’acquistare da chi la terra la suda. Questo purtroppo non accade. In uno dei workshop di ISMEA, un giovane dirigente di un’associazione ebbe a dire che “il consumatore non compra un prodotto, ma paga anche il paesaggio ed il presidio del territorio garantito dall’agricoltore”. Vorrei che questa affermazione venisse proferita alla presenza di quelle famiglie, tante, che non arrivano alla fine del mese. Termino qui la mia riflessione, sempre aperto a condividere gli anni di pratica e di lavoro nell’ambito della vendita diretta e delle filiere corte che purtroppo non riescono a trovare adeguate attenzioni.

Fabio Morosato

Caro Sig. Morosato,
a nome della redazione La ringraziamo per il suo contributo che cerca di dirimere uno degli aspetti più discussi della normativa che disciplina la vendita agricola diretta, ovvero, l’acquisto di prodotto verso terzi. 

In effetti, in un’ottica di totale trasparenza, sarebbe auspicabile che il produttore distinguesse in fase di vendita il proprio prodotto da quello acquistato altrove. Non mancano gli esempi virtuosi. Sui social è facile imbattersi in giovani agricoltori che promuovono la propria attività di vendita diretta, e che spiegano ai propri followers quando sono obbligati a rifornirsi da altri produttori, per problemi legati magari al clima. Infatti, hanno ben chiaro che il consumatore vede il produttore come il professionista che fa da “garante” al prodotto in vendita, e deve essere impeccabile. È proprio il caso di dire che l’onestà paga (o pagherebbe) sempre.

 

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