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mercoledì 31 marzo 2021


Perché investire negli ortaggi giapponesi

Nuovi ortaggi al profumo d’Oriente. Sono Fioretto (nella foto di apertura) e Zuccurì, un cavolfiore dal gambo allungato il primo e una zucca al retrogusto di castagna il secondo: si basa su questi prodotti lo sviluppo del progetto Onp (Oishii Nippon Project) sostenuto dall’azienda Tokita Sementi.
Nata con l’obiettivo di promuovere la conoscenza e l’apprezzamento degli ortaggi buoni (Oishii) del Giappone (Nippon) sul mercato internazionale, l’iniziativa è già attiva in diversi Paesi europei ed oggi anche in Italia. 

- Perché investire negli ortaggi giapponesi?
“Non esiste più l’agricoltore in senso tradizionale – spiegano da Tokita Sementi - ma l’imprenditore agricolo: l’innovazione è l’unica possibilità dell’agricoltura italiana, e non solo, per superare le difficoltà e la stanchezza del mercato. Per questo abbiamo deciso di offrire soluzioni alternative al business tradizionale”.


- A che punto è la commercializzazione di questi prodotti in Italia rispetto ad altri Paesi europei?    
In Italia l’innovazione nel mondo degli ortaggi stenta a decollare rispetto agli altri partner europei, forse per la recente storia agricola che ci caratterizza. Il mercato italiano è piuttosto “tradizionale” e non risulta facile cambiare le abitudini di consumo, a differenza dei mercati Nord Europei dove il consumo degli ortaggi è più soggetto alle mode e aperto ai nuovi prodotti. Fioretto è già presente da alcuni anni in mercati come quello inglese, svedese, irlandese e da quest’anno in maniera massiccia in Svizzera dove Migros lo ha adottato nella linea “Elite”. In Italia Valfrutta sta presentando Fioretto in diversi punti vendita e nonostante il periodo di pandemia che non aiuta il lancio di novità, il successo e l’acceptance del prodotto sembrano essere molto buoni. 

- Dopo quanti anni di sperimentazione, siete riusciti a sviluppare questi prodotti in Italia? 
La sperimentazione in campo è stata preceduta da anni ed anni di paziente lavoro di miglioramento genetico svolto dai genetisti giapponesi. Il primo “prototipo” di Fioretto ha visto la luce ormai più di dieci anni or sono. 



- Le principali caratteristiche di questi prodotti?
A maturazione Fioretto presenta steli lunghi 10-12 centimetri, morbidi, non legnosi e dolcissimi, che non producono il fastidioso odore di zolfo durante la cottura, trattandosi di varietà specificatamente selezionate. È ottimo sia crudo che cotto; eccezionale appena cotto anche al microonde e saltato in padella stir fry (frittura al salto ndr). Zuccurì si differenzia per un elevatissimo contenuto di amido e di zuccheri: queste caratteristiche fanno si che la conversione da amido a zucchero avvenga dopo la raccolta, conferendo un’eccezionale serbevolezza e consistenza “farinosa” della polpa, oltre ad un’ottima conservabilità. Sostanzialmente sono un cavolfiore ed una zucca ma l’eccezionale aroma, dolcezza e qualità spingono decisamente i consumi. 



- Qual è il calendario produttivo di Fioretto e Zuccurì?
L’eccezionale sapore dolce e la morbidezza croccante dello stelo di Fioretto sono il prodotto di un attento lavoro di miglioramento genetico tradizionale legato all’utilizzo di linee parentali precoci; questa scelta strategica ha fatto si che Fioretto sia disponibile in versioni dal ciclo precoce, che raggiungono la maturità non oltre gli 80 giorni dal trapianto. Questo ortaggio ha trovato il suo “optimum” produttivo in Sicilia, in coltura protetta presso l’azienda Piano Stella di Carmelo Cappello.  Zuccurì invece, una zucca dalla buccia verde della tipologia kabocha, viene prodotta in Pianura Padana ed in altre zone vocate. Si rivela un prodotto eccezionale per la consistenza farinosa e il retrogusto di castagna ed è ottimo in cucina per le più diverse preparazioni.



- La shelf life di Fioretto e Zuccurrì rappresenta un valore aggiunto?
Decisamente sì. Trattandosi di un cavolfiore di facile gestione nella fase logistica, Fioretto presenta ottime caratteristiche di conservabilità pari a 3 settimane di conservazione. Allo stesso bisogno risponde anche Zuccurì, con un “BTE” (Best Time to Eat) va da 30 giorni fino a 60 giorni dopo la raccolta.

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