Scarti ortofrutticoli: rifiuti che diventano risorsa

Mele, arance, ananas, banane rinascono come tessuti vegetali

Scarti ortofrutticoli: rifiuti che diventano risorsa

Come rendere il settore agroalimentare più green? Questa la domanda alla base del business di diverse startup provenienti da tutto il mondo che sono partite analizzando il problema dell’impatto ambientale degli avanzi di produzione del settore per poi fornire la soluzione: ridurre gli scarti dandogli una nuova vita. 
Da qui, l’idea: tessuti realizzati con fibre vegetali da avanzi di lavorazioni agroalimentari. Le industrie del settore tessile e agroalimentare sono caratterizzate inevitabilmente da un ingente quantitativo di scarti produttivi che devono essere gestiti correttamente per ridurre l’impatto ambientale. I modelli di economia circolare seguono il proposito di valorizzare e dare una nuova vita ai rifiuti industriali. 

Come riporta il magazine online food-hub.it, secondo il Rapporto sulla Bioeconomia in Europa di Intesa San Paolo del 2020, i rifiuti agroalimentari della filiera europea ammontavano a 171 kg pro-capite nel 2018, di cui il 38% a carico delle famiglie (65 kg pro-capite), il 28% attribuibile alla trasformazione industriale (con 24 milioni di tonnellate per 48 kg pro-capite) e il 20% legato al settore agricolo (34 kg pro-capite). I rifiuti della trasformazione industriale del nostro Paese si attestano a meno della metà della media europea, con 15 kg pro-capite. 
Viene da sé che negli anni si sia pensato a come rendere il settore agroalimentare e tessile più sostenibili limitando gli scarti che generano. Il Green New Deal Europeo e il CEAP (Circularity Economy Action Plan) hanno messo in luce questa problematica e hanno cercato di incentivare nell’industria tessile, l’utilizzo di materiali che provengono da diverse filiere, come l’agroalimentare, puntando sull’implementazione di tecnologie in grado di incentivare la circolarità. 

Con questo trend, sono nate negli anni attività che hanno visto un’interazione tra questi due settori, nell’ottica di ridurre e/o valorizzare gli scarti che ne derivavano. 
Oltre a diverse proposte nate in Giappone, come il cashmere vegetale dalla lavorazione della soia, e negli Stati Uniti, con la fibra di mais, l’Europa è la patria di diverse soluzioni green: possiamo menzionare i tessuti Piñatex, nati in Spagna dalla lavorazione degli scarti dell’ananas, oppure Bananatex, tecnologia brevettata in Svizzera che deriva dalle bucce di banana.
Dall’esperienza italiana invece è nata Appleskin, con un tessuto a base di scarti di mele che affonda le proprie radici a Bolzano e viene lavorata a Firenze, storicamente una città legata alle lavorazioni del pellame (clicca qui per approfondire). Un altro esempio di sostenibilità è quello dell’azienda siciliana Orange Fiber, che crea i tessuti dalla lavorazione degli scarti di arance (clicca qui per approfondire). 
In conclusione, per diffondere questa tendenza green, si tratterà di abbattere la barriera dei costi sostenendo investimenti in ricerca e sviluppo per creare tecnologie sempre migliori e rendere così più sostenibile il costo della trasformazione degli scarti, che ad oggi è uno dei costi che pesa maggiormente nel bilancio della riqualificazione. 

Clicca qui per iscriverti alla Newsletter quotidiana di IFN