Il meglio di IFN
Ortofrutta, Italia in attivo col Mercosur. Ma il tema resta la reciprocità
Export concentrato su mele e kiwi verso il Brasile; il nervo scoperto è sui fitosanitari e i controlli

La firma dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, con la Bolivia recentemente entrata a pieno titolo e il Venezuela sospeso – chiude formalmente, dopo 25 anni, una delle trattative commerciali più lunghe e controverse della storia europea. La ratifica politica è arrivata pochi giorni fa ad Asunción, in Paraguay, con la presenza della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dei leader sudamericani. Ma la partita non è ancora finita: il passaggio decisivo sarà il voto del Parlamento europeo, atteso entro la primavera, e non sarà indolore visto che i Paesi contrari al trattato, Francia in testa, promettono battaglia, forti della pressione esercitata dal settore agricolo.
I numeri del trattato: mercato, dazi e indicazioni geografiche
Per capire l’impatto dell'accordo occorre partire dai numeri. Il trattato crea la più grande area di libero scambio al mondo, con 718 milioni di persone e un PIL complessivo di oltre 22.400 miliardi di dollari. Prevede l’eliminazione progressiva dei dazi su più del 90% delle merci scambiate e, secondo Bruxelles, un risparmio annuo di circa 4 miliardi di euro per le 60 mila imprese europee coinvolte. Sul piano formale, sono tutelate 350 indicazioni geografiche europee – 58 italiane – con il divieto di commercializzare imitazioni, come ricordato anche da Milena Gabanelli in una recente analisi sul Corriere della Sera.
Le proteste agricole e le clausole di salvaguardia
Eppure, il mondo agricolo europeo è in forte agitazione, tanto che in queste ore (clicca qui per leggere l'articolo) i trattori tornano a sfilare davanti alle istituzioni comunitarie, questa volta a Strasburgo, sede del Parlamento europeo. Il nodo non è tanto la liberalizzazione in sé, quanto le condizioni in cui avverrà. Su questo fronte, l’UE ha introdotto alcune contromisure: l’accordo include clausole di salvaguardia che consentono alla Commissione di intervenire se le importazioni di un prodotto crescono oltre il 5% o se i prezzi subiscono una riduzione superiore al 5%. Per i prodotti sensibili, le indagini dovranno chiudersi entro quattro mesi, con misure d’urgenza attivabili in 21 giorni. A ciò si aggiungono i 45 miliardi di euro previsti nel bilancio UE 2028-2034 per compensazioni via PAC. Ma per molti agricoltori del Vecchio Continente non è sufficiente.

La bilancia commerciale e il timore di concorrenza sleale
A pesare sono i flussi commerciali. Oggi l’UE esporta verso il Mercosur soprattutto macchinari, prodotti chimici e farmaceutici e automobili – soggetti a dazi tra il 15% e il 35% – per un valore complessivo di 55,2 miliardi di euro. In senso opposto arrivano minerali, idrocarburi e soprattutto prodotti agroalimentari per circa 56 miliardi. La percezione diffusa nel comparto primario è chiara: l’Europa rafforza le esportazioni industriali, ma apre il mercato a derrate agricole prodotte a costi inferiori e secondo regole non ammesse nell’UE.
Fitosanitari, il nodo irrisolto della reciprocità
È qui che il dossier diventa incandescente, soprattutto sul fronte fitosanitario. Il principio di “reciprocità” resta il grande assente. Come evidenziato dal report del Centro Studi Divulga (2024) (clicca qui per leggere il report), l’UE basa le proprie politiche sul principio di massima precauzione, intervenendo anche in via preventiva per ridurre i rischi per la salute. Nei Paesi del Mercosur l’approccio è opposto: il rischio deve essere dimostrato prima di adottare restrizioni. Il risultato è un utilizzo diffuso di principi attivi vietati da anni in Europa.
Principi attivi vietati e il paradosso europeo
I dati sono eloquenti: nel 2020 il 27% dei prodotti fitosanitari utilizzati in Brasile risultava bandito nell’UE. Tra questi Acephate, Clorpirifos, Diquat e Propiconazolo, vietati in Europa da tempo – in alcuni casi dai primi anni Duemila – ma ancora autorizzati oltreoceano. A ciò si aggiunge un paradosso difficilmente difendibile: gli stessi fitofarmaci vietati nei campi europei vengono prodotti nell’UE ed esportati verso il Mercosur. Secondo l’Università di San Paolo, tra il 2018 e il 2019 l’Europa ha esportato in Sudamerica circa 7.000 tonnellate di prodotti fitosanitari non ammessi sul proprio territorio.

LMR e controlli: il vero banco di prova
Altro tema chiave riguarda i limiti massimi di residui (LMR), nettamente più elevati rispetto agli standard europei: fino a dieci volte superiori per il glifosato nel caffè e addirittura 400 volte per sostanze come il malathion. Formalmente, l’accordo stabilisce che tutti i prodotti importati dovranno rispettare le norme UE, applicando il principio di precauzione e l’obbligo di indicazione dell’origine in etichetta per ortofrutta, miele, uova e carni. Tuttavia, tutto dipenderà dall’effettiva efficacia dei controlli.
Ed è proprio qui che emergono le maggiori criticità. La Commissione ha annunciato un aumento del 33% delle ispezioni doganali. Ma se oggi i controlli su molte merci sudamericane che sbarcano a Rotterdam sono inferiori al 3%, l’incremento promesso li porterebbe intorno al 4%. Un livello che, per gli agricoltori, non offre reali garanzie: senza verifiche rigorose e sistematiche, il rischio di concorrenza sleale resta concreto.
Ortofrutta: il caso italiano tra export e import
Guardando infine all’ortofrutta, il quadro italiano è meno allarmante di quanto si potrebbe pensare. Nel 2024 l’Italia ha esportato verso i Paesi del Mercosur prodotti ortofrutticoli per circa 75 milioni di euro, di cui 58 milioni in mele e 14 milioni in kiwi, destinati per oltre il 95% al Brasile. Le importazioni valgono 106 milioni di euro, ma oltre 40 milioni riguardano legumi secchi; sul fresco, la bilancia resta positiva e le importazioni non superano i 50 milioni, con le pomacee argentine come principale voce in ingresso.
Ottime opportunità, ma attenzione alla reciprocità
L’accordo UE-Mercosur promette opportunità macroeconomiche e nuovi sbocchi commerciali, ma per l’agricoltura europea – e per l’ortofrutta in particolare – la vera sfida non è il libero scambio in sé, bensì la credibilità delle regole. Senza reciprocità sui fitosanitari e controlli efficaci alle frontiere, il rischio è che la competizione si giochi su standard diversi. E su quel terreno, l’Europa parte in salita. (lg)
Foto d'apertura sviluppata con l'intelligenza artificiale

















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