Il meglio di IFN
Dormex, il caso che smaschera l’ipocrisia del dibattito sui fitofarmaci
Se una sostanza è davvero da vietare per le sue implicazioni, allora deve esserlo per tutti. Non solo per i produttori italiani

La deroga al Dormex, scaduta proprio oggi dopo 45 giorni di validità, ha diviso come poche altre misure il mondo agricolo e quello ambientalista. Da una parte gli actinidicoltori del Sud, che l’hanno accolta come uno strumento indispensabile per salvaguardare la produzione; dall’altra chi l’ha letta come l’ennesimo cedimento a una logica emergenziale in nome del mercato.
Eppure, prima ancora delle polemiche, c’è un dato da cui partire: la misura era limitata alla coltura dell’actinidia e circoscritta ai soli territori di Basilicata, Calabria, Campania, Lazio e Puglia. Il Dormex, prodotto fitosanitario a base di idrogeno cianammide, è infatti un fitoregolatore impiegato per stimolare e uniformare il germogliamento quando l’inverno non garantisce abbastanza ore di freddo, una criticità sempre più evidente negli areali meridionali anche alla luce del cambiamento climatico. Il caso emblematico è quello dell’Hayward, che richiede tra le 800 e le 1.000 ore di freddo per germogliare correttamente, mentre negli ultimi anni — come riporta Agronotizie — si è registrato un calo medio del 40% delle ore di freddo.
Più che un motivo di entusiasmo, per il mondo produttivo questa deroga ha rappresentato il ripristino di un principio di equità. Lo stesso principio attivo, infatti, viene utilizzato in deroga in Grecia da diversi anni, proprio mentre il Paese è diventato nel frattempo il primo produttore europeo di kiwi verde. E lo stesso vale per Cile e Nuova Zelanda, dove continua a essere impiegato, pur nel quadro di controlli e regole rafforzate. In altre parole, i principali player mondiali del kiwi — cioè anche alcuni dei principali fornitori esteri del mercato italiano — utilizzano questa sostanza.
Sul fronte opposto, invece, il mondo ambientalista ha reagito alla deroga come al peggiore dei tradimenti. La stampa vicina a queste posizioni ha alzato subito i toni: “Addio Salute, vince il mercato; sui kiwi il ritorno del fitoragolatore cancerogeno”, titolava il Fatto Alimentare; “Sui kiwi italiani torna una sostanza fitosanitaria vietata da anni in Europa per la sua tossicità”, scriveva GreenMe; “L’Italia autorizza sulle coltivazioni di Kiwi il pesticida tossico Dormex”, rilanciava il Salvagente.

Anche la politica, spesso distratta quando si parla di agricoltura, ha colto l’occasione per trasformare il caso Dormex in un’arma polemica. Nicola Fratoianni, in un post contro Giorgia Meloni, ha scritto: “Il Dormex è un pesticida che serve ad anticipare il raccolto e ad aumentare la produzione nei campi”. Sui social, poi, influencer e commentatori sensibili alle tematiche ambientali hanno rincarato la dose: “Ecco perché non compro più i kiwi, Il ministero della Salute italiano ha concesso l’uso del pesticida Dormex sulle colture di kiwi. La sostanza è bandita in Ue dal 2022 per l’elevata tossicità. È una sostanza sospettata di provocare il cancro, di nuocere alla fertilità e al feto e di causare danni agli organi in caso di esposizione prolungata o ripetuta”.
A questo punto, all’appello manca quasi solo un programma come Report, che ha chiuso la stagione prima della decisione sulla deroga. Ma non stupirebbe veder riemergere il tema in futuro, magari condito da sospetti, allusioni e suggestioni complottistiche.
Eppure, la questione, al netto del rumore di fondo, è molto più lineare di come viene raccontata. Presentare Dormex come una minaccia diretta per il consumatore è una semplificazione forzata, perché il prodotto viene applicato quando i frutti non ci sono ancora. Più che di “ritorno di un pesticida vietato”, nel caso Dormex si dovrebbe parlare di una deroga temporanea, circoscritta, motivata da una specifica emergenza climatico-produttiva e soggetta a condizioni restrittivedi un principo attivo che aiuta la pianta nella ripresa vegetativa, prevista dal diritto UE in assenza di alternative valide, concessa per il kiwi solo in cinque regioni e per poche settimane.
Il vero nodo regolatorio riguarda soprattutto l’esposizione professionale e la gestione del rischio ambientale.
Ed è proprio su questo fronte che il quadro 2026 si è irrigidito in modo drastico. L’uso è stato autorizzato per soli 45 giorni, non per 120 come spesso avviene nei casi di deroga. Inoltre, come riportato da Agronotizie, il trattamento può essere effettuato solo con trattori dotati di cabine pressurizzate di Categoria 4, il massimo standard di protezione, e con ugelli antideriva a iniezione d’aria; restano vietate le applicazioni manuali, dalle pompe a spalla ai pennelli. È stata poi introdotta una fascia di rispetto molto severa, con il divieto di trattare a meno di 50 metri da insediamenti o zone sensibili. Sul fronte della protezione individuale, l’Inail ha previsto l’impiego di Dpi di Categoria 3 in combinazione con la cabina pressurizzata, con obbligo di formazione e addestramento specifici per l’operatore. Non solo: per ridurre ulteriormente l’esposizione, un singolo operatore non può trattare più di 2 ettari al giorno ed è stato disposto il divieto assoluto di rientro nelle aree trattate per 15 giorni.

A questo punto la domanda dovrebbe sorgere spontanea: perché un produttore dovrebbe accollarsi tutti questi oneri per usare un prodotto che è tossico innanzitutto per chi lo applica? La risposta è tanto semplice quanto scomoda: perché non ha alternative realmente efficaci per contenere gli effetti del cambiamento climatico su una coltura arborea che richiede investimenti elevati, pluriennali, e che in molti areali rappresenta ancora una delle poche fonti di reddito.
Naturalmente, se una sostanza è ritenuta non utilizzabile, allora deve essere proibita. Ma questo principio, se davvero lo si vuole invocare fino in fondo, dovrebbe valere per tutti: per chi produce dentro l’Unione Europea, come la Grecia, e per chi esporta in Europa, come Cile e Nuova Zelanda. Diversamente, trasformare ogni volta il settore agricolo italiano nel bersaglio ideale, come se fosse animato da una volontà costante di avvelenare consumatori, ambiente e fauna, quando invece chiede semplicemente condizioni di concorrenza eque per continuare a produrre reddito, diventa un esercizio che più che all'ambientalismo richiama all'ideologismo.
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