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lunedì 18 maggio 2020


Agrumi, c'è ancora tanto da fare

Polverizzazione del tessuto produttivo ed eccessiva frammentazione dell’offerta; scarsa partecipazione delle aziende agricole a cooperative e Organizzazioni di produttori (Op); filiera spesso troppo lunga e basata su antiche tradizioni; impianti di età avanzata con produzioni concentrate su alcune varietà talvolta obsolete; assenza di una gestione imprenditoriale adeguata al contesto economico e competitivo internazionale, con incapacità di cogliere le opportunità della domanda estera: sono questi i principali punti di debolezza dell’agrumicoltura italiana, un comparto che avrebbe infinite opportunità di sviluppo se riuscisse a colmare almeno una parte di questi gap. Lo spiega l’Ismea in un rapporto di 74 pagine (clicca qui per scaricarlo), realizzato nell'ambito del Programma Rete Rurale Nazionale 2014/20, che analizza lo stato di salute e la competitività del settore con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza degli operatori sulle scelte da operare per competere sul mercato.



“Il comparto agrumicolo italiano è costituito in ampia misura da un numero elevato di aziende piccole con impianti obsoleti, rese mediamente basse, una scarsa tendenza all’aggregazione dell’offerta e modalità di vendita legate ad antiche tradizioni, delegando spesso a terzi anche l’organizzazione della raccolta”, precisa l’Ismea nello studio, curato da Fabio Del Bravo, Antonella Finizia, Mario Schiano Lo Moriello e Mariella Ronga. “Si tratta quindi di un settore che, pure alla presenza di un certo numero di aziende di eccellenza, è strutturato diffusamente con modalità che lo relegano alla produzione di base, senza alcuna possibilità di incorporare nella fase agricola elementi di valore aggiunto della filiera che, peraltro, spesso si presenta lunga e farraginosa nei meccanismi di funzionamento”.



Nonostante queste numerose criticità, i trend della Plv agrumicola (tabella soprastante) e delle superfici coltivate (tabella sottostante) registrano una certa stabilità, come evidenziano le elaborazioni Ismea su dati Istat pubblicate all’interno del rapporto. La sostanziale tenuta di questi parametri evidenzia, di fatto, che il mercato riconosce normalmente un valore aggiunto rilevante ai prodotti agrumicoli Made in Italy. Chissà quali risultati (straordinari) si potrebbero raggiungere se Sicilia e Calabria - che rappresentano oltre l'80% delle superfici agrumetate - facessero un netto cambio di passo sul fronte dell’aggregazione, dell’innovazione varietale e della cultura manageriale. A questo proposito, tra l’altro, l’Ismea sottolinea come la continua espansione della domanda mondiale di agrumi sia una imperdibile opportunità per rivitalizzare il comparto.

“Occorre sviluppare la propensione a esportare delle aziende e la capacità di export complessiva, soprattutto per le produzioni caratterizzate da maggiore distintività (certificazione Ig o bio) - precisa l’Istituto nelle conclusioni del rapporto - Ciò richiede di prendere atto della necessità di uscire dall’ottica individuale che è probabilmente alla base del riscontrato interesse per la vendita diretta e l’e-commerce, fenomeni interessanti che però consentono difficilmente di realizzare utili adeguati se gestiti individualmente o anche da parte di singole piccole cooperative. Per le piccole aziende - suggerisce ancora lo studio - è indispensabile agire in cooperazione o in rete sia per affrontare i costi e le difficoltà organizzative, sia per agire sul fronte della penetrazione e promozione del prodotto italiano nei mercati esteri”. Quest’ultima attività, in modo particolare, “deve essere necessariamente attuata con azioni più incisive degli attori intermedi (Consorzi di tutela, Op e Aop) e coordinata a livello di sistema. Anche le azioni di sostegno pubblico, allo stesso modo, dovrebbero essere rafforzate e concertate a livello regionale e nazionale, per accompagnare tale sviluppo”, la conclusione dell’Ismea.


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