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Italianità, serve strategia e non protezionismo

Un conto è scegliere un prodotto italiano perché convinti dalla qualità o coinvolti dall'attaccamento alla bandiera, un altro discorso è essere obbligati a farlo, perché magari con un provvedimento si limita o si blocca l’importazione dello stesso bene dall’estero. Da liberista convinto, l'autarchia non mi sfagiola ma, pensando all’ortofrutta, non può certo piacere anche alla maggior parte degli operatori della filiera, a prescindere dalle loro convinzioni in tema di politica economica. L'italianità è un valore importantissimo ed è doveroso spingere sull'opportunità di consumare prodotto nazionale in un momento difficile come questo, ma tra protezionismo e globalizzazione il nostro settore non può che scegliere la seconda.

La filiera ortofrutticola non è strutturata sulla domanda interna come quella avicola: se vogliamo pensare a una produzione di frutta e verdura da vendere solo in Italia dobbiamo ridurre almeno alla metà le superfici dedicate a molte colture. Oppure possiamo darci una strategia per far privilegiare il prodotto nazionale senza precludere la possibilità di avere articoli esteri in vendita e pretendere così reciprocità d’approccio all’estero. Per l'ortofrutta la pista autarchica è un autogol, se si chiudono le frontiere quelli che più ci rimettono siamo proprio noi che con l'attuale assetto abbiamo un disperato bisogno di esportare, soprattutto nei mercati più ricchi.



Il caso delle arance egiziane servite alla Camera dei Deputati è emblematico del livello di attenzione sull’italianità del prodotto (clicca qui per leggere l'articolo). Solo un parlamentare si è accorto dell'origine dell'agrume e ha denunciato il fatto senza che, però, nessuno si accodasse alla protesta; per gli altri onorevoli probabilmente erano semplicemente arance. Proprio questo è il punto: nel nostro Paese non c'è un sentiment così forte rispetto al prodotto italiano da rendere di fatto invendibili gli altri prodotti quando è disponibile, senza tanto bisogno di mettere divieti, dazi e barriere.

Creare un sentiment positivo, fino al senso di appartenenza nei confronti della produzione ortofrutticola nazionale non vuol dire essere protezionisti, ma significa generare valore su quest’ultima. Pensiamo ai francesi: tutti a questo mondo lavorano sui computer, ma loro no, si ostinano a utilizzare l'ordinateur. Una sfumatura solo apparente che ci dice come i nostri cugini siano attaccati alla loro lingua, alla loro cultura e alle loro tradizioni. E questo vale anche per l'alimentare, dai formaggi all'ortofrutta. Se possibile mangiano francese, preferiscono i prodotti nazionali e solo se non ci sono si rifugiano - pur con qualche riserva - in alternative estere.

Come sistema Italia dovremmo alzare il valore del cibo nazionale e dell'ortofrutta italiana nel percepito dei consumatori italiani: questo significa alzare il livello della nostra cultura alimentare, non le barriere ai prodotti stranieri.

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