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giovedì 18 luglio 2019


Non c'è sostenibilità senza redditività (per i produttori)

C'è un sottile equilibrio tra la sostenibilità delle produzioni e la redditività dei produttori. Quasi una simbiosi: un concetto è strettamente legato all'altro. La scorsa settimana, nell'editoriale dedicato al riconoscimento Unesco per le colline del Prosecco, sottolineavo la necessità per l'ortofrutta di sapersi promuovere come fa il vino, di trasformare le emozioni in valore (clicca qui per leggere l'articolo).

Il ragionamento fatto ha stimolato un interessante dibattito, nell'ultima settimana ho ricevuto diversi messaggi e sollecitazioni, tra cui quella di Gianmario Folini, che qui vi propongo perché utile ad aprire una riflessione importante per tutta la filiera ortofrutticola.



"Quando i soldi valgono più della salute - mi scrive Folini - una metafora che vale per tante produzioni agricole. Riconosciuto il valore unico delle colline di Conegliano e Valdobbiadene. Brindisi di istituzioni e imprese: una vittoria per il Veneto e l’Italia. Peccato che quelle colline sono ormai diventate il simbolo di una monocoltura vinicola industrializzata che fa un uso smodato di pesticidi, cancella la biodiversità, mette sempre più a rischio la qualità delle acque, del suolo e soprattutto la salute delle comunità locali. L’espansione dei vigneti non risparmia nessuno, neppure le aree in prossimità di scuole e asili. E' poi questa l'agricoltura che mette a rischio il pianeta o no? Ci vada lei nei frutteti e nelle aree che sopportano dai 30 ai 35 interventi l'anno in tema di agrofarmaci e utilizzo di diserbanti e dissecanti, a vivere. Poi vediamo che genere di emozioni le produce".

Io purtroppo vivo gran parte della mia vita fra lo smog delle tangenziali del nord Italia e l’aria di locali condizionati con filtri sanificati chissà quando, per cui non mi pare di essere in una condizione idilliaca che non mi consenta di comprendere le spesso legittime lamentele di chi vive in aree ad elevata antropizzazione, sia che siano agricole, industriali o commerciali; ma il punto è che non sono pertinenti con quello che ho scritto. Il tema che ho affrontato non è come rendere più sostenibile la nostra viticoltura o la frutticoltura, che peraltro non sono intensive (cioè guardano più all'efficacia), ma semmai sono specializzate (cioè guardano più all'efficienza, con lotta integrata, irrigazione a goccia, portainnesti nanizzanti....). La sostenibilità e l'etica sono temi di grande rilievo e al centro delle mie attività di ricerca (a Folini consiglio di leggere il bilancio di sostenibilità della frutticoltura trentina (link a http://trentinofrutticolosostenibile.it/) che ho scritto un paio di anni fa e su cui troverà l'interessante tema della biodiversità, per scoprire che vi è più biodiversità in un frutteto specializzato a produzione integrata della Val di Non che in un pascolo nello stesso territorio. Attenzione ai luoghi comuni e al verosimile che però non è sempre vero!



Il punto è comunque un altro. Se vogliamo rendere più sostenibile sul serio l'agricoltura, allora occorre alzare il reddito degli agricoltori, per permettere loro di avere meno attenzione sulla quantità prodotta e più su come la si ottiene. Biologico, integrato, biodinamico, varietà resistenti e residuo zero... Tutti concetti giusti, ma non applicabili in modo indifferenziato: bisogna scegliere sulla base delle condizioni oggettive. Sempre. L'unica cosa che li accomuna è un prezzo più alto da pagare sul prodotto finale che, per essere accettato dai consumatori, richiede che questi percepiscano un valore più alto, che non è nè semplice nè scontato. E qui entra in gioco il valore dell'emozione, l'uso del paesaggio: in questa direzione può essere un valido aiuto e, soprattutto, serve per stimolare proprio il miglioramento delle carenze che lo stesso Folini lamentava. Bello e buono, infatti, fa pendant con ben fatto.

Plaudiamo al Prosecco patrimonio dell’Umanità, può essere utile per tutti.

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