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giovedì 1 ottobre 2020


La dura vita dei grossisti: è crisi di vocazioni

Questa volta il tema ha valicato i confini settoriali: la "crisi di vocazioni" nel mondo dell'ingrosso è finita, a distanza di poche ore, davanti alle telecamere del Tg1 di domenica sera e di Mattino Cinque - sulla rete ammiraglia Mediaset - di lunedì. In entrambe le occasioni l'imprenditore Aurelio Baccini, presidente provinciale e vicepresidente nazionale Fedagro, ha raccontato dal Mercato di Firenze la difficoltà di trovare personale qualificato, soprattutto italiano, a causa degli orari disagevoli. 

Di notte nessuno o quasi nessuno vuole lavorare e la battaglia condotta ormai da anni dalla stessa Fedagro per ripensare modalità e tempi di lavoro ha dato pochi risultati. "Il virus dell'abitudine è difficile da debellare", spiega sconsolato il presidente nazionale Valentino Di Pisa. "E' più la paura del cambiamento della voglia di voltare pagina per cercare di migliorare. Ma il futuro non può che passare da un ripensamento degli orari: o lo governiamo o dovremo subirlo". 



Intanto, negli stand dei Centri agroalimentari e dei Mercati di tutta la Penisola le funzioni si accentrano perché è difficile trovare professionisti disposti a cimentarsi in questo "mestieraccio", diventato negli anni sempre più complesso e impegnativo. E anche restare aggiornati e formati è una vera impresa.

I numeri forniti dalla Federazione dei grossisti parlano chiaro: si attestano tra il 50% e il 60% i lavoratori non specializzati nell’ambito della movimentazione delle merci (facchinaggio, logistica, magazzinieri), gestita soprattutto da cooperative esterne perché in grado di fornire addetti in modo più flessibile, mentre è almeno del 20-30% la quota di manodopera non formata tra i dipendenti diretti delle aziende grossiste e dei concessionari.
Insomma, si assiste a una costante crescita della componente despecializzata, mentre la presenza di italiani è in forte calo anche sul versante imprenditoriale. 



Sempre più aziende, una volta terminata l'attività dei titolari, abbassano per sempre la saracinesca o passano di mano. E, cosa grave, il know how si sta dissolvendo proprio a causa della difficoltà di reperire collaboratori e lavoratori professionali ed esperti. 

Non tutto il male vien per nuocere e infatti queste piattaforme svolgono ormai anche una funzione sociale, offrendo opportunità a persone e lavoratori in situazioni disagiate. Ma il quadro resta molto difficile. E la farraginosità del ricambio generazionale accentua le criticità.

Temi che sono stati discussi anche martedì in una video-conference fra gli operatori di Fedagromercati e l’onorevole Salvatore De Meo, eurodeputato del Ppe: un'occasione per parlare della realtà dei Mercati all’ingrosso e del loro riposizionamento all’interno del sistema agroalimentare italiano ed europeo. 



Dalla riunione (nella foto sopra) sono emerse tre principali direttrici per un rilancio strategico:  la necessità di dare vivacità alla categoria e riaffermare il ruolo di queste realtà come strutture a servizio della filiera anche attraverso una campagna di promozione insieme agli enti gestori e agli stakeholder; una nuova classificazione e razionalizzazione dei Mercati in base alle funzioni rilevanti di ogni realtà, quelle primarie e secondarie, creando hub logistici che si riferiscono a un territorio regionale o intra-regionale anche con minore impatto ambientale, mettendo a sistema tutti gli attori del mercato; l’inserimento dei Mercati e delle aziende nelle politiche agricole comuni a fronte del loro ruolo di congiunzione con gli altri soggetti del sistema agroalimentare europeo, seguendo alcuni principi fondamentali per l’Ue come sostenibilità ambientale, ricerca, digitalizzazione. 

I Mercati, è stato detto, possono rappresentare soggetti centrali all’interno della strategia Farm to fork e del New Green deal grazie al loro legame con il territorio. Ma prima, bisogna tentare di sciogliere i nodi che ne mettono a rischio il futuro.

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