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mercoledì 13 giugno 2018


Il falso mito della stagionalità

Sapete quando ho mangiato la miglior pera della stagione? Ieri sera. Non ci crederete ma è la verità. E badate bene, non veniva dall’emisfero sud, ma era italianissima: una Abate della mia terra - l'Emilia - consumata a casa dei miei genitori. Come è possibile? E’ possibile perché le moderne tecnologie consentono di conservare i prodotti a lungo grazie al freddo, alle modifiche dell’atmosfera in cui sono conservati e ai trattamenti in post-raccolta cui sono sottoposti prima della conservazione.

Certo, tutto questo penalizza l’esperienza di consumo fino a marzo, ponendo in una sorta di ibernazione il frutto - da cui fatica a risvegliarsi - e a cui certo occorrerà trovare una soluzione migliore. Ma, per chi ha la pazienza di aspettare, si possono ottenere a fine campagna esperienze da gourmet.



Quella pera era semplicemente eccezionale: non ancora burrosa ma pastosa, con quella dolcezza tipica dell’Abate, pulita, senza retrogusto, inconfondibile. Forse tutta questa poesia è stata amplificata dall’esperienza del frutto che avevo mangiato prima della pera. Una nettarina che, considerando il periodo, avevo inizialmente preferito. Croccante ma non succosa, per nulla spiccagnola, insapore, con un retrogusto decisamente amarognolo. In una parola: indecente.

Che senso ha vendere frutti così, belli da vedere ma cattivi da mangiare? Stimolano la prova e allontanano il consumatore dal riacquisto. Come è possibile trovare nello stesso negozio questi due prodotti insieme, senza potersi orientare, anzi rischiando di essere tratti in errore dalla stagione nella scelta?



Ha ancora senso parlare di frutta di stagione se, a metà giugno, le pere surclassano le nettarine? Sarà un caso? Mica tanto, poiché la scorsa settimana in un bar di Bologna ho bevuto una spremuta di arance rosse da favola. “Ho un mio fornitore di fiducia”, mi ha confidato, con una punta d'orgoglio, il gestore. Se resistono ancora una settimana, le arance rosse rischiano di diventare più un frutto primaverile che invernale.

E’ forse venuto il momento di ripensare i paradigmi di consumo di frutta e verdura per evitare di continuare a disorientare i consumatori con falsi miti che contribuiscono ad allontanarli da frutta e verdura. Limitiamoci a lavorare su frutta buona da mangiare, quando è possibile e su ciò che è possibile, evitando di vendere i prodotti che non rispettano questa semplice regola per disincentivare così chi propone questa robaccia. Se pensate servano parametri più oggettivi, per capire meglio quanto sia facile vi invito a mangiare le altre cinque nettarine rimaste nel cestino. Vi aspetto.

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