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giovedì 23 giugno 2016


Gran Bretagna, è il giorno del dentro o fuori

Ci siamo: oggi i britannici votano il referendum per decidere se rimanere nei confini dell’Unione europea. Favorevoli e contrari sarebbero pressoché alla pari anche se negli ultimi giorni il fronte del “no” sarebbe lievitato. Contraddistinto da turbolenze nei mercati finanziari e polemiche roventi, macchiato dall’omicidio della deputata laburista Jo Cox, impegnata contro la “Brexit”, l’avvicinamento alla consultazione ha portato anche una serie di riflessioni sulle eventuali conseguenze per l’import-export agroalimentare nel continente. 

Il 45% dell'export britannico è dirette oggi al mercato comunitario. Il valore di tutto l'agroalimentare esportato si è attestato, nel 2015, sui 3,2 miliardi di euro, con prodotti lattiero caseari, ortofrutta, vino e spumanti a trainare le richieste. 

Fruitimprese: dati e... preoccupazioni

Stanto ai dati Fruitimprese, l'Italia invia nel Regno Unito circa 167.000 tonnellate di frutta e verdura l'anno per un valore di 276 milioni di euro e ne importa 18.000 tonnellate per un valore di 31 milioni, con un saldo dunque ampiamente positivo (245 milioni di euro). I prodotti più esportati? Mele (33.200 tonnellate), kiwi (15.000), pesche e nettarine (13.000), uva (12.600), pere (6.500) e, tra gli ortaggi, lattughe e insalate (11.600), pomodori (8.250) e carote (5.800).



“L'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea avrebbe sicuramente ripercussioni sull'economia del vecchio continente e minerebbe le fragili fondamenta su cui si sta cercando di costruire il mercato unico”, il commento preoccupato del coordinatore di Fruitimprese Carlo Bianchi (foto sopra). “Se pensiamo all'effetto che i sondaggi stanno avendo sulle borse europee abbiamo la fotografia dell'importanza di questo referendum. Sul piano pratico riteniamo che per le caratteristiche del mercato britannico il settore ortofrutticolo italiano, e l'agroalimentare in genere, non dovrebbero tuttavia subire gravi conseguenze. Molto dipenderà dalla tenuta della sterlina”. 

Gran Bretagna strategica per la cooperazione
 
Per la cooperazione, con oltre 600 milioni di euro nel 2015, circa il 18% del totale delle esportazioni Oltremanica dei prodotti agroalimentari made in Italy, il Regno Unito è il secondo mercato europeo per importanza dopo la Germania. Una piazza strategica  - in particolare per l’ortofrutta fresca e trasformata (200 milioni di euro), che precede vino (185 milioni), latte e formaggi (80) - che per Alleanza delle Cooperative agroalimentari vale l’8,5% del totale export.
“E’ prematuro fare delle previsioni sulle ipotetiche conseguenze della Brexit – ha dichiarato ieri il presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, Giorgio Mercuri - anche perché l’eventuale decisione del governo britannico di uscire dall’Ue aprirebbe una fase di negoziazione con l'Unione europea che si protrarrebbe verosimilmente per un paio di anni". 



"Molto dipenderà - ha continuato Mercuri (foto sopra) – dal tipo di politica commerciale che in caso di Brexit sceglierà il Regno Unito. Se sarà orientata a un accordo di libero scambio con l'Ue, occorrerà valutarne i termini: è da escludere l’apposizione di dazi, mentre bisognerà fare i conti con l’impatto di eventuali modifiche in merito al riconoscimento delle denominazioni di qualità, aspetto chiave per la cooperazione”.

Federalimentare e Coldiretti: rischi modesti

Per altri e altrettanto autorevoli rappresentanti del made in Italy agroalimentare i rischi sarebbero tutto sommato modesti, legati nel lungo periodo alla leggera perdita di velocità del Pil inglese, con una minore dinamica della capacità di acquisto locale. Mentre sul breve si dovrebbe assistere alla perdita di valore della sterlina sull'euro, che penalizzerebbe i prezzi legati all'import. 

"Se vincerà l'uscita dall'Ue, chi avrà la peggio nell'agroalimentare saranno gli inglesi non noi", ha detto recentemente all’Ansa Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare. "E' probabile che la Gran Bretagna abbia da perdere molto più dell'Italia", sostiene convinta anche Coldiretti che ricorda che "la Gran Bretagna riceve il 7% delle risorse destinate alla politica agricola dall'Unione Europea e si posiziona al sesto posto nella classifica dei maggiori beneficiari, nonostante sia al 13esimo posto come numero di aziende agricole, circa 187mila”.


Gli appelli di Hogan e Le Folle, la posizione degli agricoltori britannici

E nel Regno Unito? Il sindacato della National Farmers Union (Nfu), punto di riferimento degli agricoltori britannici, è schierato per il Bremain, per rimanere cioè in Europa. Così come Il Defra (Department for Environment, Food & Rural Affairs). Voterà per uscire, invece, il ministro dell’Agricoltura, George Eustice.



Imponente e supportata dai più disparati messaggi, negli ultimi giorni, la campagna degli anti-Brexit.  Il commissario Hogan (foto sopra) non ha perso occasione per ripetere che “gli agricoltori del Regno Unito stanno meglio nell’ambito della Pac ed essere un membro dell’Unione europea rafforza gli scambi commerciali dell’agroalimentare britannico e la sicurezza alimentare”.

Tranchant, ieri, il portavoce del governo francese ed ex ministro dell’Agricoltura Stephane Le Folle: “Se escono dall’Unione Europea, non ci saranno aiuti europei agli agricoltori del Regno Unito. Gli inglesi dovranno passare attraverso i negoziati di un accordo commerciale e ci saranno tasse da concordare”.

Basterà per spegnere le velleità separatiste? Oggi la risposta.

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