«E' finita la pacchia a Bruxelles»

Scordamaglia (Eat Europe): «Non diventeremo dipendenti da altri Paesi»

«E' finita la pacchia a Bruxelles»

Dal regolamento sui fitofarmaci alle normative sul packaging, fino alla regolamentazione delle importazioni e dell'export. L'ortofrutta italiana avrebbe bisogno di fare lobby in Europa per non subire sempre decisioni prese sulle propria pelle. Il problema, però, è che il settore fa fatica a far gioco di squadra a Roma, figuriamoci a Bruxelles. A livello comunitario, intanto, si è iniziata a muovere Eat Europe, un nuovo soggetto di rappresentanza nell’Unione Europea, nato per iniziativa di Coldiretti, Filiera Italia e Farm Europe.

Gli obiettivi sono ambiziosi, come spiega in una intervista al quotidiano ItaliaOggi il primo presidente di questa organizzazione: Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia. 

"Salvare l'agricoltura europea, che qualcuno vorrebbe dismettere, trasformando l'Europa in un bel giardino improduttivo e contrastare ogni politica tesa a sciogliere il legame tra terra e cibo", così riassume la mission di Eat Europe, che ha ben compreso come le battaglie cruciali si giochino sul campo di Bruxelles. E lì, nei centri decisionali che contano, dove si pianifica la transizione green dell'agroalimentare - con tutte le conseguenze che i produttori italiani ben conoscono - che l'organizzazione vuol essere presente e operativa. Eat Europe vuole scongiurare una "nuova dipendenza dai Paesi extra Ue, minando la sicurezza alimentare interna dell'Unione; come se non avessimo imparato la lezione, subita con la pandemia e poi con la crisi energetica, del dipendere da altri quadranti, che producono a basso costo".

Anche l'ortofrutta conosce queste logiche. C'è l'importazione di prodotti ortofrutticoli a basso costo, soprattutto dal bacino del Mediterraneo, che impatta sul business dei produttori italiani; ma c'è anche la dipendenza per fertilizzanti e mezzi tecnici, che si riflette sui costi di produzione. Mettere la sicurezza alimentare ai vertici dell'agenda politica è una cosa da fare, appunta Scordamaglia. "Basta un minimo di senso logico per capire che serve autosufficienza produttiva, senza sfociare nell'autarchia. Anche a Bruxelles la produzione agricola e la manifattura alimentare devono parlare sempre più con voce unica, esprimendo valori condivisi - ha spiegato a ItaliaOggi - Per questo nasce Eat Europe".

C'è un concetto che sottolinea il presidente su cui vale la pena riflettere. "L'agricoltore, ad esempio, se deve far fronte alla transizione verde investendo in sostenibilità e digitalizzazione, potrà farlo solo se sa avrà certezza di collocazione dei suoi prodotti. L'industria alimentare non può più operare come prima; cioè, andando a comprare in giro per il mondo quantità di prodotto a prezzi inferiori e a qualità incostante. È finita! Nella grande industria alimentare oggi vince la sfida chi riesce a consolidare la propria supply chain, riuscendo a proporre prodotti a qualità e quantità costanti. Per farlo bisogna consolidare accordi di lungo termine con la componente agricola".

Una strategia su cui anche l'ortofrutta dovrebbe riflettere, naturalmente tenendo conto delle dinamiche distributive tipiche di un prodotto freschissimo. Eat Europe ha stilato una propria agenda, ha sposato la battaglia di Coldiretti contro il cibo sintetico, ma poi interverrà sul regolamento dei fitofarmaci e i nuovi tagli che sono stati ipotizzati, sul "fatto che le emissioni delle stalle vengano paragonate a quelle delle grandi fabbriche; i negoziati tesi a siglare accordi bilaterali squilibrati e dannosi per la filiera produttiva europea e l'ambiente; le nuove proposte sul packaging che avvantaggiano il riuso, ma azzerano decenni di investimenti, italiani e non solo, sulle tecnologie e sul riciclo. Insomma, ci occuperemo di tutto ciò che sembra esser costruito a tavolino per smantellare la produzione agroalimentare europea, ricorrendo a dossier strumentalmente ecologisti".