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lunedì 31 gennaio 2022


Per l’ortofrutta non c’è la soluzione Mattarella

Confesso che l’aver solo immaginato un parallelismo fra crisi della politica, che non è riuscita a trovare un punto di equilibrio sul nome di un nuovo Capo dello Stato, e crisi della filiera, che non riesce a riequilibrarsi di fronte all’incremento esponenziale dei costi, mi ha fatto capire che più che una passione per l’ortofrutta, la mia è una malattia cronica con frequenti allucinazioni.

Fatta questa necessaria premessa, converrete però che, se centrodestra e centrosinistra non sono riusciti a trovare una nuova personalità degna di ricoprire la prima carica dello Stato, bruciando nel camino come pezzi di carta di giornale fior di giuristi, politici di lungo corso, ex ministri e filantropi, compreso l’inossidabile – si fa per dire - Silvio Berlusconi, non possiamo lamentarci che produzione e distribuzione non riescano a trovare la quadra sull’aggiornamento dei listini e dei prezzi degli alimentari, compresa frutta e verdura.



Il problema vero è che, a differenza dell’Italia, che ha potuto richiamare in servizio Sergio Mattarella, malgrado avesse mandato chiari segnali di non disponibilità (forse troppo plateali per essere credibili fino in fondo), ristabilendo uno status quo che dovrebbe permettere di salvare la legislatura, la filiera non ha ancora trovato l’escamotage per riequilibrare le modificazioni in atto nel sistema economico alimentare, ortofrutta in testa, senza far saltare il banco.

Il mantenimento dei listini, rivendicato dalla distribuzione sulla base del senso di responsabilità, contro il trasferimento dei maggiori costi, richiesto a gran voce da produttori e fornitori di servizi per evitare il dissesto, fanno pendant con il muro contro muro fra centrodestra e centrosinistra nel teatrino della settimana scorsa. Ma, per fortuna, il Parlamento ha estratto dal cilindro Mattarella e ha sbloccato la situazione, mentre per il momento non sappiamo cosa farà la filiera per uscire dall’impasse.



La situazione è altrettanto urgente se non di più: se le imprese di produzione e servizi vanno in crisi, a breve andranno in crisi anche i loro dipendenti, che sono poi i clienti della distribuzione. Quest’ultima ha giustamente paura dell’inflazione ma, a mio avviso, deve aver ancora più paura di una svolta recessiva nell’industria alimentare italiana, visto che rappresenta oltre l’11% del PIL - secondo comparto industriale dopo la meccanica - e dà lavoro direttamente a quasi 500.000 occupati e, indirettamente, è legata intimamente a oltre un milione di addetti del settore primario.

E se i contendenti provassero a stabilire alcuni punti fermi sulla base di dati oggettivi, come abbiamo tentato di fare nel nostro ultimo editoriale (clicca qui per leggerlo), affidandosi a qualche esperto super partes, come va di moda oggi? Chissà che così la soluzione non sia più semplice di come possa apparire, proprio come il Mattarella bis.
 
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Roberto Della Casa
Publisher Representative
roberto@italiafruit.net

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