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martedì 9 novembre 2021


La riscoperta della mela rosa dei monti Sibillini

Mille tonnellate, chilo più, chilo meno. La mela rosa dei monti Sibillini si raccoglie a ottobre. Con un punto fermo: la biodiversità è il futuro dell’agricoltura e la fortuna dell’agricoltura nelle Marche è di essere tra le prime ad aver messo a sistema piante antiche che, oltre a dare un’identità forte a molti comprensori, sono fonte di reddito per territori marginali e montani. Piccoline, leggermente schiacciate, sono state riscoperte a metà degli anni ’90 ed, oggi, non trasformate valgono oltre due milioni di euro. «Si tratta di una varietà autoctona - entra nel merito Nelson Gentili, responsabile dello Slow Food Piceno - che risale all’Antica Roma, adatta ai climi rigidi, coltivata de secoli perché si conservava fino a Pasqua».
 
La storia
Racconta che iniziò a recuperare le piante come agronomo dell’ex Comunità montana dei Sibillini nel ‘94 coinvolgendo i coltivatori. Ma a fare la differenza fu il riconoscimento Presidio Slow Food nel 2000 e, nel 2005, un progetto Assam sul recupero, conservazione e valorizzazione del germoplasma Melo nelle Marche. Azioni intelligenti che, a distanza di diversi lustri, hanno creato economia in un’area di coltivazione, tra i 450 e i 900 metri d’altitudine, che abbraccia i Comuni montani di Amandola, Comunanza, Force, Montedinove, Montefalcone Appennino, Montefortino, Montelparo, Montemonaco, Rotella, Santa Vittoria in Matenano, Smerillo.

Un distretto
«A distanza di 20 anni – commenta Graziella Traini che guida l’associazione di produttori a supporto del Presidio – abbiamo raggiunto diversi traguardi. Siamo una ventina a coltivarla, i nostri meleti si estendono su circa 25 ettari a cui vanno aggiunti altri 11 ettari troppo recenti per essere ancora produttivi, ma più di tutto la mela rosa dei Sibillini è un prodotto richiesto». E lo è davvero. Rientra tra i prodotti tipici che “insegne-influencer” della Gdo come la Coop vogliono sugli scaffali. Inoltre, il chilo si smercia ad un prezzo tra i 2 e 3,5 euro ritenuto più che corretto dagli agricoltori. «Il vantaggio di questa mela – spiega Pio Geminiani che ha meleti a Montalto delle Marche – è che necessita di poca cura, al punto che, quest’anno, è una delle piante che ha sofferto di meno la siccità. Una pianta, che raggiunge anche i 6 metri non potata, può produrre in media tra 60 e 70 chili di frutta mentre messa in impianti a filari fino a 40» ma avverte «rimane soggetta ad una produzione ad alternanza annuale». A Force, le mele rosa fanno da cornice all’ospitality di una splendida residenza d’epoca del ‘700. Francesco Servili, il proprietario, le ha dedicato un ettaro.

Valore e controllo
«Sicuramente, produrre una mela Presidio Slow Food dà al frutto un valore maggiore e culturalmente prezioso, tuttavia - osserva - non essendoci controlli, nei mercati rionali o dai fruttivendoli ci sono purtroppo molte mele rosa cosiddette dei Sibillini che non lo sono e sfruttano il brand. Forse è il caso di migliorare i controlli per tutelare meglio i produttori». Soprattutto in un momento in cui la vicina Emilia-Romagna ha attivato (marzo) politiche per il rilancio della mela rosa romana dell’Appennino toscano-emiliano con un Consorzio (41 soci tra coltivatori e ristoratori) per produrla e studiare la trasformazione e commercio del frutto. Il progetto si spinge perfino a considerare la mela rosa dei Sibillini una sottovarietà.

Fonte: Corriere Adriatico


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