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mercoledì 20 ottobre 2021


Lo sfruttamento ai tempi del Covid è rosa

Durante la pandemia il problema del caporalato non è diminuito, anzi ha conosciuto nuovi sviluppi. Ad essere colpite dallo sfruttamento sono state in particolare le donne che lavorano nei campi, per la maggior parte straniere. Lo ha raccontato Marco Omizzolo nel suo studio "Lo sfruttamento lavorativo delle donne migranti nella filiera agro alimentare", realizzato in collaborazione con WeWorld nell'ambito del del progetto OurFoodOurFuture finanziato dalla Commissione Europea.

L'indagine relativa allo studio si è conclusa nell’estate 2021 e ha visto protagoniste alcune aziende dellAgro Pontino, dove sono emersi fenomeni di emarginazione e violenza subiti principalmente dalle lavoratrici di origine indiana

Per la filiera si ripropone dunque il problema della sostenibilità sociale, una condizione che viene a mancare tutte quelle volte in cui non sono rispettati i diritti primari dei lavoratori, come una paga equa e condizioni di lavoro dignitose e sicure. 



Come emerge dai dati raccolti dallo studio, particolarmente interessata da queste situazioni di sfruttamento è la provincia di Latina. Qui si registrano casi di soprusi e violenze correlati alle attività agricole che riguardano prevalentemente donne di origine indianaCome si legge nella ricerca “in questo contesto, le lavoratrici migranti sono vittime di un doppio sfruttamento, in quanto maggiormente esposte al rischio di subire ulteriori forme di discriminazione e violenza, come quella sessuale”.

Dalle testimonianze femminili raccolte nei campi, emergono condizioni lavorative al limite della sopravvivenza, con “disparità salariali, forme di reclutamento e intermediazione illecita e di subordinazione fondati sul pregiudizio (di genere) secondo il quale il padrone è in diritto di pretendere lo sfruttamento delle donne in quanto donne”. I racconti delle braccianti descrivono un ambiente composto da violenza, subordinazione e ricatto di genere dove manca il riconoscimento dei diritti a partire dalle ferie, dai riposi settimanali, dalle malattie e dalla sicurezza sul posto di lavoro. In diversi casi, come riporta lo studio, “si registrano le attenzioni da parte di caporali, spesso immigrati, e alcuni datori di lavoro che sfociano in richieste sessuali e ricatti in cambio del rinnovo del contratto di lavoro”.



Dalle esperienze delle operaie emerge una vera e propria gerarchia dei campi, che mette al primo posto gli uomini italiani, seguiti dalle donne italiane. Subito dopo ci sono i braccianti uomini europei e poi le donne, infine i migranti di Paesi extraeuropei, dove le donne occupano il gradino più basso della gerarchia.

In particolare, già durante i primi mesi di epidemia Covid, sembra che le condizioni di lavoro delle braccianti siano peggiorate a causa del clima di emarginazione sociale derivato dai lockdown. Lo studio di Omizzolo rileva che in alcuni casi i datori di lavoro ne hanno approfittato per allungare le giornate lavorative senza agire in nessun modo sui salari o sui riposi.

Clicca qui per leggere lo studio completo.

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