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lunedì 22 giugno 2015


Sprechi di ortofrutta: opportunità o minaccia per il sistema?

Il tema della riduzione degli sprechi catalizza sempre più l’attenzione: dal dibattito scientifico al gossip tutti parlano di come alleggerire il cestino dei rifiuti e, forse anche per il concomitante Expo, i prodotti alimentari siedono in prima fila sul banco degli imputati. I numeri fanno impressione: cento milioni di tonnellate di cibo buttate annualmente nell’Unione Europea; tradotto in valore fa 335 euro procapite all’anno per la sola Italia e mille miliardi di dollari complessivi a livello mondiale. I mass media gongolano, i politici si indignano e lanciano crociate contro lo spreco, tanto che in Francia si è arrivati addirittura ad una legge che prevede sanzioni per i supermercati che buttano alimenti, mentre oltre la Manica il gigante distributivo Tesco ha annunciato di aver eliminato le offerte “two for one” sui freschi per ridurre il buttato a casa. I nostri lettori, interrogati sul tema, si schierano compatti contro lo spreco (clicca qui per i risultati del sondaggio) e auspicano una legge alla Francese.

Riduzione degli scarti: quale impatto sul settore?

In tutto questo brulicare di condivisibili iniziative e attività manca però a mio avviso un’analisi dell’effetto sul sistema economico di una drastica riduzione degli scarti, poiché viste le dimensioni del fenomeno, se i correttivi funzionano occorrerà anche modificare in modo sostanziale la struttura dell’offerta e, contestualmente, i rapporti nella creazione del valore. Di tutto ciò non vi è traccia e, per questo, vorrei dare un piccolo stimolo iniziale alla discussione per ciò che attiene l’ortofrutta, poiché il tema è tutt’altro che banale.

Considerando la deperibilità e i costi di movimentazione è escluso che l’ortofrutta sprecata nei paesi sviluppati possa dare un contributo alla riduzione della fame nel mondo; può essere viceversa meglio utilizzata prevalentemente localmente: nei siti produttivi, lungo il percorso distributivo e a casa. Le implicazioni sono tante e diversificate, mi concentro sulle più rilevanti.

Cosa cambia se si tornano a vendere prodotti "imperfetti"

Il processo di miglioramento della qualità estetica e del servizio sull’ortofrutta destinata al mercato del fresco ha portato a scartare per usi alimentari e non alimentari complementari approssimativamente dal 10 fino al 50% dell’edibile a seconda delle specie e della tipologia di prodotto finito. Se prende piede in modo consistente il ritorno alla vendita dei prodotti “imperfetti” (deformi, grandinati, scoloriti, ecc.) ciò genererà un impatto importante per molte specie sul valore dell’attuale selezionato per la cosiddetta “prima”, deprimendone il valore e alzando quello della cosiddetta “seconda” e della “industria”. Dove queste due ultime categorie sono importanti percentualmente è assai improbabile che il nuovo equilibrio porti ad un maggiore ricavo ad ettaro per il produttore, ma occorre farne una proiezione precisa per esprimere un giudizio compiuto sui tentativi di alcuni retailers in questa direzione.

Se i prodotti sono invece diventati imperfetti nel processo distributivo e si riesce comunque a collocarli a prezzi più bassi, dal punto di vista del produttore l’effetto è una riduzione della domanda, che può oscillare fra il 2 e il 10, fino al 15% a seconda delle specie. Per contenere il fenomeno la soluzione più favorevole per il sistema ortofrutticolo è un miglioramento delle relazioni di filiera che ottimizzino ordine e vendite, riducendo gli errori. 

Le contromisure delle famiglie rischiano di ridurre i consumi 

Venendo all’ultimo anello della catena, il consumatore finale, molto può essere fatto contro gli sprechi aumentando la shelf life dei prodotti, grazie alla tecnologia, e modificando le strategie promozionali, ovvero puntando più su promozioni di prezzo e meno su quelle di quantità che stimolano a comprare oltre il necessario. Ma il vero problema è a casa. Pur nutrendo qualche dubbio sulle cifre che circolano, è indubbio che se è vero che in Italia buttiamo circa 2 milioni di tonnellate di ortofrutta fresca fra le mura domestiche, riducendo anche solo del 50% il fenomeno mancherebbe un ulteriore milione di tonnellate all’acquisto, poiché la riduzione dello scarto di certo non stimolerà ulteriori spese. Ad aggravare il quadro, sempre dal punto di vista di chi produce e vende, vi è poi l’adattamento che il consumatore mette in atto per sprecare meno, ovvero ridurre l’entità dell’acquistato di volta in volta che, però, è molto facile da fare per prodotti venduti per oltre il 60% sfusi ma è molto difficile da bilanciare con l’incremento degli atti d’acquisto per cronica mancanza di tempo. Nel complesso l’effetto è un’ulteriore spinta alla riduzione degli acquisti che ci deve fare ragionare ancor più seriamente su come alzare il valore di ciò che vendiamo se non vogliamo vedere ancora più impoverito il nostro settore da una causa certamente giusta ma con potenziali effetti drammatici senza adeguati aggiustamenti strategici. 

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Roberto Della Casa
Publisher Representative
roberto@italiafruit.net

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