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giovedì 25 novembre 2021


Moria del kiwi, la ricerca porta risultati

Quando i risultati della ricerca sperimentale sulla moria del kiwi sono positivi non ha senso nasconderli. Vanno condivisi e portati all’attenzione di tecnici, imprenditori ed istituzioni nella maniera più chiara e lineare possibile. Perché è solo attraverso la divulgazione e la condivisione di informazioni, studi e conoscenze che l’Italia può pensare di risolvere un fenomeno ampiamente complesso come la moria, che ogni anno causa la perdita di migliaia di ettari in tutti gli areali di coltivazione nazionali.
 
Mossi da questa consapevolezza, tre giovani ma esperti tecnici specializzati sul kiwi – Luca Gatto, Alessandro Gabutto e Simone Maola – stanno comunicando in questi giorni i risultati di due nuovi studi sperimentali, svolti nel 2020 e nel 2021. Ricerche che portano il gruppo di lavoro a fare conclusioni molto interessanti, che possono sicuramente aiutare quei produttori che si trovano ad affrontare la moria.
 
“Il nostro lavoro è iniziato nel 2020 con lo studio dei suoli coinvolti nella moria in Lazio e in Piemonte – racconta a Italiafruit News Luca Gatto, agronomo della provincia di Latina e referente per la divulgazione dei risultati – Dagli scavi abbiamo scoperto che i terreni posti al di sotto delle piante con classici sintomi di moria presentano chiare anomalie, ossia la presenza di orizzonti di suolo compatti e molto plastici con scarse proprietà di drenaggio, che a volte assumono colori grigi contrastanti rispetto al classico rosso dei nostri terreni. La colorazione è dovuta al fatto che il ferro, in un ambiente senza ossigeno, quindi in un suolo saturo di acqua, si riduce virando verso i toni grigi che abbiamo riscontrato nei vari scavi fatti”.


 Presenza di orizzonti grigi alternati ad accesi colori rossi

Dai risultati dello studio sembrerebbe che più questi tipi di orizzonti anomali – definibili come “suoli a gley” – si trovano in superficie, maggiormente i sintomi della malattia diventano severi. “Con questa prima ricerca – prosegue – abbiamo dimostrato che i terreni posti sotto alle piante colpite dalla moria presentano seri problemi di areazione. Secondo noi, ciò dipende dall’eccesso di irrigazione rispetto alle capacità di drenaggio dei suoli. Guarda caso, i grandi volumi di acqua utilizzati caratterizzano più di tutto la coltura del kiwi. La moria potrebbe essere quindi un processo degenerativo del suolo causato dagli eccessivi volumi di acqua, concentrati su volumi di terreno molto ristretti. Si pensi ad esempio all'evoluzione dell'irrigazione localizzata degli ultimi 30 anni. L'esplosione improvvisa dei sintomi, avvenuta solo nell'ultimo decennio, potrebbe essere stata causata dalle forti piogge che hanno avuto, però, solo una funzione d'innesco”.
 
Le cause primarie discriminanti della moria del kiwi potrebbero essere quattro, secondo le analisi del team: i grandi volumi di acqua di irrigazione stagionali, la tecnica irrigua non corretta e non sostenibile per i suoli (acqua data in modo troppo localizzato e in lasso di tempo troppo breve), la sistemazione errata dei suoli e le tipologie di suoli con le loro capacità di drenaggio intrinseche. Altri aspetti necessari per capire il perché e il come si sono manifestati i sintomi (ma non per questo reali cause della moria) sono le precipitazioni intense, alternate a lunghi periodi siccitosi, e la cattiva gestione del suolo durante i periodi piovosi che lo rende suscettibile a fenomeni erosivi. “Tutto ciò va sommato alla grande sensibilità del kiwi al ristagno idrico; spesso di considera che se una pianta rimane in un suolo saturo di acqua per 2-3 giorni, entra in un processo di deperimento semi-irreversibile che si manifesta in modo molto ritardato negli anni”.
 
"Se tali conclusioni si rivelassero corrette – prosegue Gatto – potremmo avere individuato un importante indice di valutazione della moria, che ci suggerirebbe quanto un suolo sia già compromesso o soggetto al problema e come e dove intervenire nel modo più efficiente. Per questo motivo sarebbe importante effettuare monitoraggio della salute dei suoli in impianti di kiwi a livello nazionale, con lo scopo di individuare le aree più soggette e vulnerabili e quindi prevenire il rischio di gleyzzazione dei suoli. Rimane inoltre cruciale trovare una tecnica agronomica alternativa e più sostenibile per agro-ecosistema del kiwi. Da qui siamo partiti con nuove idee, diventate nel 2021 prove in campo, al fine di provare a fornire risposte ai produttori”.


E veniamo così alla seconda ricerca, svolta su circa 50 ettari di kiwi della provincia di Latina. Una ricerca che si è orientata sull’adozione di nuove pratiche di irrigazione rispetto ai metodi che vengono largamente utilizzati al giorno d’oggi a Latina: aspersione localizzata, gocciolatoi ad alta portata e ale gocciolanti. “Questi metodi d’irrigazione attuali hanno in comune la tanta acqua data in modo molto localizzato – sottolinea Gatto – Considerando i grandi volumi di acqua adottati sul kiwi, correlati all'eccessiva localizzazione ed intensa irrigazione, si sviluppa un tipo di movimento di acqua nel terreno molto verticale, che va a coinvolgere orizzonti di suolo eccessivamente profondi e dove i capillari radicali sono per lo più assenti. Tutto ciò nel medio-lungo termine potrebbe generare le problematiche per cui da tempo cerchiamo un colpevole”. 
 
“A questo punto, la nostra mossa seguente è stata quella di provare una irrigazione diversa, più orizzontale. Una irrigazione ad aspersione totale (o a tutto campo) utilizzando microjet con superfici di bagnatura estese. In questo modo, ogni dispositivo riesce a coprire un'area di 20-25 mq producendo dai 4 agli 8 mm l’ora, come una normale pioggia. Il risultato è una bagnatura superficiale che interessa orizzonti di suolo dove è presente la maggiore parte dell'apparato radicale, così da preservare quelli più profondi. Il lato negativo di questo modo di irrigare è quello di avere una interfila bagnata, ma possiamo affermare che questo aspetto nella pratica si è rivelato meno complicato del previsto, e che il rapporto costo-beneficio è stato ampiamente soddisfatto”.
 
I benefici del cambiamento della tecnica irrigua sono stati molti buoni ed evidenti negli impianti che presentavano i primi sintomi di moria: “Dopo solo una stagione di irrigazione diversa, le piante hanno ripreso le normali colorazioni caratteristiche della chioma e hanno iniziato a produrre nuovi rami di rinnovo e nuovi capillari sani, lasciandoci dedurre che gli orizzonti di suolo coinvolti sono di nuovo adatti ad ospitare l'apparato radicale del kiwi. E' bene dire che, ad oggi, negli impianti con i sintomi più avanzati la chioma di questi non si presenta in perfetto stato, ma le piante sono produttive e nel complesso non sono peggiorate rispetto all'anno precedente. La situazione verrà ovviamente rivalutata nel 2022”.


A sinistra, le nuove radici nate sotto la porzione di un impianto dove è stata introdotta l'irrigazione a tutto campo. A destra, le radici marce della parte dello stesso impianto in cui è stata mantenuta l'irrigazione localizzata.

“Nonostante queste esperienze positive – sottolinea ancora Gatto – siamo consapevoli che non basta intervenire solo sul sistema irriguo. Ma si deve cambiare l’intero approccio della tecnica agronomica e vanno analizzati tutti i punti critici che rendono l'agro-ecosistema del kiwi fragile ed instabile. In particolare, se si sceglie di adottare un sistema di irrigazione ad aspersione a tutto campo vanno ricercate valide alternative alle lavorazioni del suolo, perchè l'apparato radicale va preservato e stimolato ad occupare più superfice possibile. Una valida alternativa può essere, in questo senso, la pratica del sovescio con specie ad apparato radicale fittonante. Bisogna poi ricordarsi di dare molta importanza alla sistemazione dei terreni e correggerla se sbagliata, nonché rendere efficiente il deflusso delle acque piovane in eccesso, creando appositi sistemi di drenaggio nei punti più difficili”.
 
“L’obiettivo che abbiamo per il 2022 – conclude – è quello di ampliare le superfici dello studio, cominciando anche a valutare il cambiamento delle tecniche irrigue e colturali in altri areali d’Italia. Siamo solo all’inizio della nostra ricerca, ma crediamo di essere sulla buona strada e che le esperienze positive vadano sempre condivise e divulgate nel modo giusto, senza prendere in giro i produttori. Sulla moria l’Italia non può più perdere tempo”.  



Nella foto di apertura (scattata a settembre 2021): il confronto tra due settori irrigui diversi. A destra si può notare l'impianto con gocciolatoi ad alta portata, con le piante sofferenti. Mentre a sinistra si trova la porzione di impianto con aspersione a tutto campo (introdotto nel maggio 2021), dove le piante hanno ripreso le normali colorazioni caratteristiche della chioma.

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