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martedì 23 novembre 2021


Fiammata dei prezzi, la strategia di Coop

Coop Italia agirà con forza sul prodotto a marchio per tutelare il potere di acquisto dei consumatori. Perché la corsa dei prezzi preoccupa. E c'è chi specula sugli aumenti. Lo ha detto Marco Pedroni, presidente del colosso distributivo, in una intervista apparsa ieri sul Corriere Economia.

In una fase di rincari che rischia di mettere in difficoltà le famiglie "ci vorrebbe un patto tra industria, distribuzione e filiere produttive: noi ci stiamo provando, con l’atteggiamento del buon padre di famiglia, condividendo lo spirito cristiano in base al quale i più forti rinunciano un po’ ai loro margini. Per salvaguardare i clienti ma anche l’occupazione e il made in Italy". 



Non sarà una fiammata, quella degli aumenti, ma qualcosa di duraturo: "Con un più 3% a ottobre su base annua anche in Italia credo non si tratterà di un ciclo breve, quindi bisogna darsi da fare", aggiunge Pedroni. "I dati economici sono buoni ma non lo sono altrettanto quelli relativi ai consumi, la percezione del futuro da parte delle famiglie è ancora positiva. Ma di questo passo non durerà a lungo e ciò può minare la ripresa".

L’inflazione "è un fenomeno globale ma vedo anche movimenti speculativi rilevanti: sul mercato del largo consumo c’è una forte richiesta di aumenti da parte dell’industria, dei marchi. Si va da un più 20-30% per la pasta, un 10-20% per l’olio fino a un più 10-15% per la carta. Ma tocca più o meno tutti i settori con rare eccezioni. C’è da chiedersi se le richieste siano congrue. E noi abbiamo gli strumenti per capire chi si muove in modo corretto e chi “carica” i listini. Va detto che le materie prime corrono, tra plastica, alluminio, trasporti, energia. Ma queste sono solo una parte dei costi. C’è spazio per lavorare. Circa un terzo dei prodotti che vendiamo è a marchio Coop, abbiamo un’idea precisa di qual è l’impatto dei rialzi sui nostri costi".



Coop Italia ha aperto un cantiere con i suoi 6mila fornitori in un momento critico per tutta la grande distribuzione. E non è rimasta insensibile alla mossa di Esselunga che investe pesantemente per mantenere i prezzi bassi: "Noi - ha detto Pedroni al Corriere Economia - agiremo con forza con la nostra marca del distributore per tutelare il potere di acquisto dei consumatori. Ma sarebbe utile anche un tavolo comune, un vertice straordinario sull’inflazione che riunisca industria, agricoltura e distribuzione. E anche il governo. Vorremmo che ognuno si prendesse il suo pezzo di responsabilità. Lo abbiamo chiesto due mesi fa insieme a tutte le associazioni della distribuzione e dell’industria all’esecutivo di Mario Draghi. Non c’è stata risposta. Il momento è delicato". 

"In Coop Italia - incalza Pedroni - abbiamo calcolato che se trasferissimo sul consumatore i rincari richiesti, una famiglia media si ritroverebbe a pagare 500 euro in più all’anno per la spesa. E poi c’è un altro effetto negativo, ovvero la messa a rischio del made in Italy". Il manager infatti inizia a vedere "la sostituzione di prodotti nazionali con quelli d’importazione: la carne suina, ma è solo un esempio, in Germania e in Olanda costa il 35% in meno. Queste operazioni hanno ricadute negative sul made in Italy. Il 95% dei prodotti Coop viene dall’Italia, il 90% della nostra ortofrutta è italiana, così come il 98% delle nostre carni bovine. Sappiamo che c’è il rischio di un duro colpo alle filiere nazionali".



Al governo, pertanto, l'esponente di Coop chiede "misure soprattutto per le famiglie meno abbienti, magari con una riduzione dell’Iva sui beni di prima necessità. Come ha fatto il presidente francese Emmanuel Macron che darà 100 euro al mese per un anno alle famiglie con reddito basso: una sorta di indennità inflazione”.

Per Pedroni, inoltre, "ci vuole prima un’assunzione di responsabilità di tutte le componenti delle filiere per attutire l’impatto dei rialzi: bisogna che ognuno aumenti la propria efficienza, i produttori agricoli, l’industria, la distribuzione. E occorre rinunciare a extra profitti. Tutti subiamo aumenti, siamo pari in questo".

Ma c'è chi soffre più di altri: "Dall’ultima indagine di Mediobanca sui bilanci del 2020 emerge che la redditività media dell’industria è stata del 4,7% mentre quella della grande distribuzione si colloca all’1,5%. La Gd ha da tempo margini più compressi".

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