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Ortofrutta italiana, quanti problemi

Scelte produttive, qualità, logistica, burocrazia, export: quanti problemi (e inefficienze) per il nostro settore. Sono stati molteplici gli spunti  emersi ieri pomeriggio nel webinar “L’ortofrutta e la catena della distribuzione” organizzato dalla Cia-Agricoltori Italiani, secondo appuntamento del ciclo “Il valore nell’ortofrutta, dalla filiera al sistema”, ideato per supportare l’anno internazionale della frutta e della verdura promosso dalla Fao.

Dopo l’introduzione di Anna Rufolo, responsabile politiche settore ortofrutta di Cia, che ha spiegato l'obiettivo dell'iniziativa - quello di comprendere come promuovere meglio i prodotti, sviluppare la fase organizzativa e aumentare i consumi dopo l'emergenza-Covid -  i lavori sono entrati nel vivo con la relazione su “La filiera ortofrutticola: approccio al mercato e rapporti con l’estero” a cura di Denis Pantini, responsabile Agricoltura e Industria alimentare di Nomisma, che ha preso spunto dall'Osservatorio ortofrutta della società di consulenza.



I consumi non hanno ancora recuperato il livello di consumi ante-crisi 2008, ma il 2020 ha portato a una crescita di vendite del 3,8% dell'ortofrutta fresca rispetto al 2019, con  un +12% nel confronto tra chi ha speso di più e chi ha diminuito gli acquisti di frutta e verdura. L'aspetto salutistico è il motivo principale degli acquisti; contano sempre di più l'attenzione alla stagionalità, all'origine, al localismo; mele, banane, arance i tre frutti preferiti dagli italiani.

La praticità del consumo è un driver fondamentale, ha aggiunto Pantini, mentre in ambito produttivo, nel confronto con il 2010, il frutteto ha perso il 40% di quanto coltivato a nettarine. Giù in modo deciso anche pere e arance, bene invece piccoli frutti (+50%), nocciole (+26%) e kiwi (+8%) cui si aggiunge un vero e proprio boom della Sau dedicata alla melagrana (+2000%).



La Plv dell'ortofrutta ha perso terreno più di quella dell'agricoltura, nell'ultimo decennio e l'Italia è arretrata nell'export, ormai ai margini della top 10 mondiale pur con dati in crescita, incrementando, di contro, sia peso sia valore delle importazioni: bilancia commerciale sempre meno confortante, insomma, con un ripiegamento sul mercato interno. Tutt'altra musica per i principali competitor - stando ai dati Nomisma - a partire dalla Spagna, che in quanto a export ha una marcia in più. L'Italia è il Paese continentale in cui si consuma più ortofrutta ed è ormai mercato saturo: servono nuovi sbocchi. 


Export di Italia e Spagna a confronto dal 2010 al 2020

Come recuperare il gap competitivo? Operando sulla polverizzazione a monte della filiera, la risposta di Pantini, perché il numero delle Op lievita ma copre appena il 40-45% del totale dei volumi immessi sul mercato. E poi c'è troppa burocrazia, anche nelle Dogane, mentre la logistica italiana ha la "sordina". Lievita intanto il biologico, ma non fanno altrettanto Dop e Igp, il cui valore si attesta sui 300 milioni di euro, per metà legati peraltro alle mele del Trentino. 

Il settore ortofrutticolo è insomma inserito in uno scenario molto complicato tra competizione e avversità climatiche, ha concluso l'esponente di Nomisma; serve "efficientare" la filiera avvalendosi di tutti gli strumenti nazionali ed europei a disposizione, dalla Pac al Pnrr. 
 
A seguire, la tavola rotonda con Dino Scanavino, presidente nazionale Cia; Claudio Mazzini, responsabile Freschissimi Coop; Fabio Massimo Pallottini, presidente Italmercati; Renzo Piraccini, presidente Cesena Fiera; Luca Battaglio, presidente Gruppo Battaglio; Luca Lanini, docente di Logistica e Supply Chain Management Università Cattolica; Giuseppe Curcio, presidente Astre Italia. 



"Il Covid ha modificato il quadro esistente - la considerazione iniziale di Mazzini - l'on-delivery è cresciuto a tre cifre ma del resto partiva da numeri esigui; dopo il clou dell'emergenza sanitaria c'è stato e c'è peraltro un graduale, parziale, ritorno alla normalità, con le fragole in grande spolvero, la IV gamma rilanciata, le arance al centro di una controcifra importante dopo il boom 2020. Ma, nel contempo - ha aggiunto - è cambiato modo di fare la spesa, con una frequenza d'acquisto diminuita e il progresso del confezionato". 

Il vero problema, ha detto l'esponente di Coop Italia è che "l'ortofrutta, e in particolare la frutta continuano a calare in chili, anche perché è mediamente cattiva, complici scelte scellerate in una filiera che ha puntato su prodotti simili a quelli industriali: bell'aspetto ma gusto deludente"

Mazzini ha sottolineato "i processi di concentrazione in atto nella distribuzione, meno diffusi invece tra chi produce: la mancata aggregazione coordinata e un modello di costi elevati fanno la differenza con i Paesi competitor. Serve, allora, una scelta sul modello agricolo da seguire. Perché non basta continuare a espiantare nettarine e aumentare la produzione di piccoli frutti e melagrane". Il mercato è destinato ad avere grandi cambiamenti, Gorillas insegna, "resta però il fatto che se la frutta non è buona, non si vende", ha concluso Mazzini.



"I Mercati all'ingrosso garantiscono freschezza, qualità e stagionalità, proprio quello che gli italiani vanno cercando nell'ortofrutta e lo hanno cercato sempre di più nei mesi della pandemia", ha esordito Pallottini citando la relazione di Nomisma. "Quella della logistica è una sfida cruciale per fare dei mercati veri e propri hub, anche in ottica di e-commerce. Siamo un riferimento, il nostro sistema distributivo ha sempre funzionato; il prodotto è arrivato e partito dai Mercati anche nei giorni clou dell'emergenza sanitaria".

Per Lanini le parole-chiave per crescere facendo sponda sulla logistica sono internazionalizzazione (con la "tempesta perfetta" del decollo dei costi per il trasporto via mare con container), on-delivery, digitalizzazione, sostenibilità. Ma, anche, comunicazione, che nel settore (e per il settore) è stat definita "carente". Curcio di Astre Italia, raggruppamento che opera sempre in ambito logistico, ha "sfatato il mito" di una possibile concorrenza tra diversi modalità (auto-treno-aereo-nave) auspicando l'eliminazione dei tanti, troppi colli di bottiglia e sottolineando le esigenze precipue del trasporto di ortofrutta, che richiede transit-time veloci.



Sul tema internazionalizzazione si è soffermato Piraccini: "Noi esportiamo per 5 miliardi di euro, con tre frutti mele, uva e kiwi, che ne valgono 2... Su queste specie non abbiamo problemi, la questione riguarda altre filiere dove non c'è altrettanta efficienza". Ma attenzione: "L'aggregazione va fatta dove serve, dove crea valore, non è per tutti". "Siamo bravissimi imprenditori ma non sappiamo fare squadra", ha proseguito Piraccini, che per il nostro Paese guarda al modello olandese, più che a  quello spagnolo: "Potremmo diventare un hub per alcuni prodotti, ad esempio per l'uva egiziana da destinare all'Est Europa". E sulle fiere: "All'Italia serve una vetrina della filiera, è quella vetrina è Macfrut".

"La dimensione delle aziende è il punto chiave", ha annotato Luca Battaglio. "Non c'è sostenibilità senza professionalità, struttura e, appunto, dimensione". "E' triste - ha aggiunto prima di soffermarsi sulle magagne del sistema portuale italiano gestito da ben 24 Autorità portuali - che, come emerso oggi dai dati Nomisma, solo il 20% dell'ortofrutta venga scelta per il gusto".



"La filiera va incorporata in un sistema organizzato, dobbiamo migliorarci e mettere in campo azioni coordinate che, senza limitare la concorrenza, consentano di fare economie di scala", la conclusione del presidente Cia Scanavino (a sinistra nella foto). Che ha concordato con Mazzini, sul tema gusto: "Sempre più difficile trovare una pera buona, forse perché abbiamo deciso di produrle fino a giugno inoltrato...". 

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