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Fragole spagnole sotto inchiesta

Pessima “pubblicità” della televisione svizzera sui produttori di fragole spagnole di Huelva, accusati di sfruttare i lavoratori e di non salvaguardare l’ambiente. Nella sua ultima puntata del 9 aprile, il programma tv "Patti chiari" - una sorta di Report della Svizzera italiana - ha realizzato una inchiesta sulle produzioni dell’Andalusia che, a partire dai mesi invernali, dominano gli scaffali delle catene della Gdo locale, mettendo in luce alcuni retroscena in merito alle condizioni di lavoro e salariali dei bracciati agricoli e agli effetti negativi sull’ecosistema ambientale del Parco nazionale di Doñana, patrimonio Unesco.

Il servizio - intitolato “Fragole amare” e realizzato da Camilla Contarini e Valerio Scheggia (clicca qui per vederlo su Facebook) - comincia con l'analisi dei residui di pesticidi contenuti nelle vaschette di 12 diversi produttori spagnoli che sono state comprate in 6 catene di supermercati, quali Migros, Aldi, Lidl, Demmer, Coop e Manor. In base ai dati dell’analisi, 10 dei 13 campioni analizzati contenevano fra i 3 ed i 5 residui di prodotti fitosanitari (Azoxystrobine, Spinosad A+D, Fludioxonil, Indoxacard e Flutriafol), tutti entro i limiti di legge. Si sono distinte in positivo le fragole acquistate da Coop Svizzera (2 residui in un campione) e Lidl (solo un residuo in un campione), mentre Manor spicca come il caso più problematico con l’accertamento di sei residui in un campione.

 
Attraverso le parole del direttore del laboratorio Tibio, Davide Staedler (foto sopra), il programma ha comunque invitato i telespettatori a prestare attenzione al cocktail di prodotti chimici presenti in alcune fragole iberiche. Le quali, però, hanno dimostrato nei numeri di superare “l’esame fitosanitario” poiché, come ammette anche Jimmy Marièthoz, direttore dell'associazione svizzera della frutta, è lo stesso Paese ad autorizzare la presenza di 5 diversi residui: “L'obiettivo per il nostro settore - sottolinea - non è ridurre questo limite, che è stato stabilito ed è accettabile. Ma vogliamo lavorare per far sì che ci siano sempre meno tracce di prodotti fitosanitari. In Svizzera, se non usassimo i principi attivi, perderemmo dal 30 al 40% dei raccolti e ci ritroveremmo ancora più dipendenti dalla produzione estera e dalle importazioni".

La troupe svizzera è andata poi sul campo in provincia di Huelva, cercando di parlare direttamente con alcuni fornitori di fragole delle catene nazionali con l’intento di verificare l’impiego di prodotti chimici e le modalità di lavoro. Qui emergono i veri problemi. In nessun caso, come rileva il servizio, le realtà agricole si sono mostrare interessate a girare interviste con il programma. Una scarsa trasparenza che lascia intendere la volontà di nascondere qualcosa? Forse. A peggiorare il quadro arriva pure la denuncia di un attivista del sindacato andaluso dei lavoratori, Jose Antonio Brazo, secondo cui il settore praticherebbe “uno sfruttamento selvaggio della manodopera. Le proteste sono molte. Ci sono segnalazioni, richieste di aiuto e molta sofferenza. Il problema è che gli operai non sporgono denuncia per la paura di perdere il lavoro”. 



Per strada, i giornalisti svizzeri e Brazo incontrano in seguito un gruppo di raccoglitrici marocchine (foto soprastante), che si lamentano delle loro condizioni di lavoro: “Lavoriamo sei ore e mezza tutti i giorni, anche la domenica, per 40 euro al giorno”, un ammontare inferiore al salario minimo di 48,56 euro a giornata regolamentato dalla Spagna. Ma anche una paga nettamente superiore ai 6 euro a giornata del Marocco. Ecco perchè le braccianti nordafricane scelgono di lavorare in Andalusia.

Oltretutto, il servizio denuncia anche il dilagare a Huelva del fenomeno degli operai clandestini, con migliaia di persone che vivrebbero in condizioni estreme all’interno di accampamenti di fortuna (foto sotto). Un brutto spot per la fragolicoltura spagnola. “Accettiamo paghe di 25-30 euro al giorno - racconta un giovane lavoratore africano, arrivato in Spagna nel 2018 - Siamo costretti a lavorare perchè la nostra famiglia aspetta i soldi che guadagniamo. Soffriamo perchè i nostri capi ci pagano poco. Sono venuto in Spagna per vivere bene, ma qui non si vive". 



Infine c’è il capitolo ambiente a destare preoccupazione. Secondo l'inchiesta, infatti, l’industria dei frutti rossi sarebbe "una vera minaccia per il Parco nazionale di Doñana” a causa dell’"acqua estratta da pozzi illegali" presenti a Huelva. L’acqua è un bene molto raro in Andalusia: "E' fondamentale per mantenere la biodiversità del Parco di Doñana, ma secondo i dati ufficiali abbiamo perso il 60% dell’afflusso d’acqua negli ultimi 30 anni”, sostiene Felipe Fuentelsaz, responsabile agricoltura del Wwf Spagna.

Se il mondo della produzione iberica ha di fatto chiuso le porte al programma tv, la maggiore parte dei retailer svizzeri non ha fatto altrettanto. Coop ha reagito dichiarando di sostenere i fornitori di fragole spagnoli nell'adozione di un sistema d'irrigazione efficiente. Per quanto riguarda i test sugli agrofarmaci, Manor ha contestato i risultati delle analisi pubblicate da "Patti chiari" perchè quelle fatte dal proprio fornitore, segnalano valori inferiori. "I risultati soddisfano le aspettative", commentano dalla Migros che ha sostenuto di fare "ispezioni regolari in Spagna". Per Lidl "i pesticidi riscontrati non sono emersi dalle nostre analisi". La catena Denner ha comunicato invece di controllare regolarmente la merce e di prendere misure immediate nel caso di livelli elevati di residui o di pesticidi non autorizzati. Nessuna posizione, infine, è stata espressa da Aldi.


L'inchiesta discussa in studio con Laura Regazzoni Meli, segretaria generale dell'Associazione consumatrici e consumatori della Svizzera italiana e Daniele Reinhart, esperto di frutticoltura

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