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martedì 1 dicembre 2020


«Cambiare paradigma sulla qualità per salvare l'ortofrutta»

"E' giunto il tempo in cui tutti gli attori si mettano in gioco davvero e si diano da fare seriamente per salvare il sistema, oppure il settore ortofrutticolo crollerà. E crollerà prestissimo e così rapidamente che in tanti si faranno molto male"... Una riflessione perentoria quella di Vainer Rebecchi (nella foto), socio dell'Agricola Biologica San Francesco che produce pere, mele e asparagi biologici e biodinamici (certificati Demeter) a Ravarino, in provincia di Modena.

"Mentre tutti i player della filiera si affrettano a estrarre dal cilindro la ricetta magica per risolvere questa epocale crisi, mi pare che l'unica soluzione non sia ancora saltata fuori", afferma  Rebecchi, fedele lettore di Italiafruit News. "In sostanza, bisogna cambiare paradigma sulla qualità: pagare la frutta per ciò che vale veramente dentro, con i suoi zuccheri, amidi, sali minerali ecc. Tutti parametri misurabili, non astratti come il sapore, che ne è una derivazione.  Finché non si farà questo, a mio parere - aggiunge - anche l'urgentissima e meritevole crociata contro le famigerate e insensate vendite sottocosto non basterà a risollevare il settore. Fino a quando io, agricoltore, troverò frutta sui banchi che non sa di frutta, non avrò voglia di comprare. Perché il palato e il naso hanno una memoria formidabile che condiziona le nostre scelte".



Parole che nascono dall'esperienza "sul campo": "Dopo il diploma di perito agrario nel 1990 ho fatto la gavetta in una azienda mista di 120 ettari di cui ho poi convertito i terreni in biologico nel 1999", racconta Rebecchi. "Nel 2004 quando la proprietà ha avuto un momento di difficoltà e voleva vendere, ho fondato una società semplice con mio fratello Luca e con il il tecnico sperimentatore Stefano Vergnani che ha rilevato i terreni gestendo in affitto i circa 30 ettari coltivati a frutteto bio. Nel 2006, quando l'azienda si chiamava Lepre Bianca abbiamo vinto l'Oscar Green a Roma nella categoria agricoltura sostenibile. Nel 2015 dopo aver subito pesanti perdite per la cimice asiatica abbiamo dovuto scegliere tra la chiusura dell'azienda e la copertura con reti antinsetto. E abbiamo acceso un mutuo molto importante per coprire i frutteti. L'anno dopo abbiamo piantato nuove varietà come Carmen e Falstaff per il pero e Dalinette e Story Inored per il melo realizzando anche due ettari di asparagiaia; sempre nel 2016 abbiamo iniziato a coltivare usando i principi della biodinamica; un percorso che ci ha portato quest'anno alla certificazione Demeter".



Eppure non basta, denuncia Rebecchi: "Abbiamo certificazioni di ogni genere, siamo stati spesso tra i primi a provare tecniche che poi sono state ampiamente adottate nel settore, la nostra etica del lavoro probabilmente sarebbe a prova di ogni disegno di legge in materia, e la nostra impronta ambientale, anche grazie ai boschi che trovano posto in mezzo ai frutteti, ai massimi livelli della frutticoltura. Però abbiamo un problema: appena i nostri 6mila quintali di pere e mele escono dal cortile con il camion e vanno verso i magazzini Orogel, di cui siamo soci, è merce che verrà considerata sulla base di parametri totalmente sbagliati: calibro e aspetto della buccia. Punto". 

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