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lunedì 16 dicembre 2019


«Ferretto, pochi danni ma non possiamo stare tranquilli»

Una stagione produttiva sicuramente soddisfacente per la pataticoltura del Fucino. L'altopiano abruzzese, prima zona di produzione a livello nazionale, quest’anno si è distinta non solo per le elevate rese, ma anche per l’ottima qualità del prodotto. Questo uno degli aspetti più rilevanti che è emerso durante il convegno “Campagna pataticola 2019, analisi e prospettive”, organizzato dall’Associazione Marsicana Produttori Patate (Ampp) e dal Consorzio di tutela della Patata del Fucino Igp.

Come ha spiegato Alessandro D'Ovidio, agronomo dell'Ampp, quest’anno la produzione dei soci ha raggiunto il record di 295mila quintali, di cui 251.295 di patate da mercato fresco (+33mila q rispetto al 2018) e 41.704 di patate da industria. Risulta ottima la pezzatura e si registra un’assenza quasi totale di fioroni. Il calibro è molto omogeneo e tendente al medio-piccolo, ottimo per l'insacchettamento. 

“Rispetto alla campagna 2018, i tuberi immagazzinati si presentano con una minore presenza di danni meccanici e da insetti, di malattie fungine e di patologie estetiche che possono deprezzare il valore commerciale del prodotto, come la Dartrosi, la Scabbia argentea e la Rizoctonia - ha evidenziato D'Ovidio - In generale, si riscontra una buona qualità anche dal punto di vista fisico-chimico: infatti, tutti i lotti analizzati in laboratorio hanno riscontrato valori previsti dal disciplinare Igp, per quanto riguarda i parametri di residuo secco, amido, fosforo e potassio. Nessun lotto, inoltre, ha evidenziato la presenza di residui di fitofarmaci oltre la tolleranza di legge e/o la presenza di molecole non ammesse".

All'ottenimento di questa migliore qualità ha certamente influito il favorevole andamento climatico, ma anche il corretto comportamento dei soci produttori nel mettere in pratica i buoni consigli agronomici, come la pratica del disseccamento dell'apparato fogliare nel giusto periodo, la raccolta tempestiva del prodotto fogliare e le rotazioni colturali. L'applicazione di queste buone pratiche ha impedito anche il danno ai tuberi da parte di larve degli elateridi (ferretto) e della tignola, contenendoli a percentuali relativamente basse. 


L'intervento di Alessandro D'Ovidio

E proprio nell'ottica di prevenire future ma possibili problematiche fitosanitarie, l’Associazione si sta muovendo per potenziare le attività di controllo e di difesa dagli insetti con metodi particolarmente innovativi. In merito alla tignola, dopo i rilevanti danni subiti nella campagna 2017, e i risultati decisamente positivi del 2018, ha dato seguito anche per la campagna 2019 a un progetto di monitoraggio/allerta, con cui ha cercato di “indirizzare” la difesa.

Per quanto riguarda il ferretto - "il problema del futuro" secondo D'Ovidio -  è in atto un progetto biennale 2019/20, chiamato Innort 3.0, e già da qualche anno sono state realizzate una serie di attività sperimentali in campo con la partecipazione del Crea di Bologna, tutte miranti a individuare tecniche agronomiche di biosovescio tendenti a ridurre i gravi danni prodotti ai tuberi dalla larve di questi insetti terricoli, nonché il posizionamento di trappole per la cattura e la conseguente classificazione tassonomica delle specie presenti.

“Gli elateridi sono diventati, negli ultimi anni, una problematica nazionale nel settore delle patate - ha evidenziato Battista Bianchi, responsabile agronomico dell’Ampp - Qui nel Fucino la loro presenza è minima e direi fisiologica. Ma dobbiamo comunque preoccuparci per il futuro, anche in considerazione della scelta dell'Ue di non riautorizzare il Clorpirifos. Ciò significa che per la lotta chimica agli elateridi si potrà d’ora in poi intervenire solo con i piretoidi Teflutrin (Force), Cipermetrina e Lambda Cyalotrina (Ercole)". 

"Tra le alternative non chimiche, invece, risulta interessante la tecnica della biofumigazione, che abbiamo sperimentato quest’anno nell'ambito del progetto Innort 3.0 su due aziende che registravano una presenza significativa dei ferretti. Scendendo più nello specifico, abbiamo provato ad impiegare due prodotti naturali: il concime vegetale Biofence (pellet) e Biofence FL, composto da un formulato liquido e da una componente solida (farina di brassicaceae). I risultati analitici sui tuberi raccolti ed inviati al Crea di Bologna non sono ancora disponibili. Possiamo però anticipare  - ha concluso Bianchi - che già durante il prelievo in campo si evidenziava benissimo la differenza tra i campioni prelevati sulle particelle trattate con Biofence e la striscia testimone, dove i tuberi con danno da eleteridi erano ben visibili". 


Battista Bianchi

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