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Roberto Della Casa lunedì 24 giugno 2019


Aggregazione o non aggregazione: questo è il dilemma?

Shakespeare mi perdonerà se mi sono preso la licenza di modificare la sua celebre locuzione in forma interrogativa per adattarla all’attualità del nostro settore, ma l’occasione era troppo ghiotta e non ho saputo resistere. Il tema dell’aggregazione, infatti, merita oggi un titolo forte di fronte alle mezze parole e alle frasi di circostanza che ho letto nelle ultime settimane sulla vicenda Opera. Torno perciò sull’argomento, dopo aver atteso invano che qualcuno prendesse coraggio e provasse a spiegare perché aggregarsi e concentrare il sistema ortofrutticolo italiano non solo rimane una priorità ma è, addirittura, una necessità, malgrado lo scivolone del colosso emiliano-romagnolo delle pere.

L’ultima volta che ho affrontato il tema dell’aggregazione è stato a un incontro serale organizzato dal Gruppo Trasversale Agricoltori a Reda, nel marzo del 2015 (clicca qui per leggere l'articolo), proprio alla vigilia della nascita di Opera. Allora, ragionando in quest’ottica, osservavo che “la pera è una filiera su cui si deve intervenire subito poiché il 60% della produzione italiana è concentrata in tre province e la creazione di un Consorzio di gestione (stile Melinda) porterebbe immediati benefici”.



A distanza di quattro anni e malgrado quanto è recentemente successo, confermo il mio convincimento poiché le tribolazioni di Opera sono figlie della mancanza di un’aggregazione sufficiente e non del contrario, con l’aggravante che Opera non è propriamente un sistema di gestione comparabile a quello che progettai per Melinda oramai vent’anni fa. Al di sotto di una certa quota di mercato, infatti, si può essere grandi ma non necessariamente rilevanti per poter orientare lo sviluppo del mercato, ad esempio perseguendo, al posto della competizione sul prezzo, la creazione di maggior valore per il consumatore, l’unica vera strada per riportare reddito anche alla produzione nei mercati maturi.

Faccio solo un piccolo esempio: per il sistema pere urge trovare una soluzione per garantire al consumatore qualità adeguata alle Abate commercializzate dopo Natale. Superare questa criticità garantirebbe maggiore fidelizzazione, dando così spinta alle vendite anziché il contrario. Costruire tecnicamente o, in assenza di una soluzione tecnica, commercialmente una strategia in tal senso dovrebbe essere la prerogativa del leader ma, con le quote di produzione che detiene, Opera non ha sufficiente forza per farlo e, anche la marca, per una operazione di questo tipo da sola non è sufficiente, poiché occorre essere rilevanti a livello di trade marketing prima che di consumer marketing.

Ora è inutile stigmatizzare il “presunto” azzardo fatto con Opera, occorre invece rimarcare che sarebbe opportuno ricercare in fretta un modello di aggregazione più consono alla realtà in questione, se si ritiene che il problema sia il modello, anziché decretare il de profundis dell’aggregazione - ma sottovoce - perché se ne hanno ben chiare le conseguenze, visto che non vi sono alternative reali per cambiare il corso della nostra frutticoltura.

Pere Abate Fetel

Sebbene sia convinto che qualche errore iniziale con Opera sia stato fatto, ma più nell’impostazione del progetto che nella sua realizzazione, personalmente non credo però che sia il modello di business il vero problema nell’aggregare il sistema delle pere nelle sue diverse astrazioni. Credo che sia più una questione di mancanza di visione imprenditoriale che attanaglia il settore e che impedisce di immaginare come, in un contesto come questo, grandi rinunce sul piano personale siano in grado di produrre straordinari benefici collettivi che hanno ricadute positive ancor più incredibili proprio sui singoli.

Per darvi un’idea della mancanza di immaginazione cui mi riferisco, vi voglio ricordare che il nostro comparto è rimasto uno degli unici del settore alimentare a ritenere che l’aumento delle quantità prodotte per unità di superficie sia la strada da perseguire per migliorare la redditività dei produttori, giocando sulla riduzione dei costi per unità realizzata, anziché sull’incremento di valore della stessa. Dalla carne al Parmigiano, dalla pasta alle acciughe, anche senza chiamare in causa gli apripista del vino e della cioccolata, tutti gli altri comparti stanno però facendo il contrario, ovvero tentano di alzare i prezzi medi segmentando l’offerta verso l’alto anche rinunciando, se serve, a un briciolo di produttività. Sarà una questione di peculiarità tecniche del nostro settore o di cultura manageriale? A voi l’ardua (si fa per dire) sentenza.
 
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