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Val di Non mercoledì 27 febbraio 2019


Valli frutticole a confronto, ecco chi vince

La frutticoltura fa bene al territorio. Lo sanno bene le valli che, grazie alla specializzazione frutticola, hanno ottenuto vantaggi sociali ed economici: questa vocazione, infatti, ha consentito alle aziende di presidiare il territorio, tanto che in queste aree si ha una maggiore conservazione del suolo e a beneficiarne sono tutti gli altri settori, dal turismo fino ai servizi al cittadino.

I dati presentati da Roberto Della Casa, managing director di Agroter, durante il recente convegno di Apot “L’altra metà della mela” (clicca qui per leggere l’articolo), sono il frutto di analisi comparative tra quattro valli in cui è presente la frutticoltura: la Val di Non e la Valle Varaita nelle Alpi e la Valle del Panaro e la Valle del Santerno negli Appennini.

Queste valli hanno in comune il calo, nel corso degli ultimi 30 anni, delle superfici agricole. Ma se nel caso della Val di Non e della Valle Varaita nel frattempo sono aumentate le superfici frutticole - rispettivamente dell’11% e del 20% - nelle valli appenniniche sono viceversa calate le superfici (-17% nella valle del Santerno e -37% nella valle del Panaro).


 
Il motivo? Nella valle emiliana e in quella romagnola è venuta a mancare la specializzazione, che invece è ben presente nelle due zone alpine. Una specializzazione che può essere intesa in due modi: in primo luogo come percentuale di aziende frutticole sul totale delle aziende agricole, che è il 94,7% in Val di Non e il 72,3% nella Valle Varaita; mentre nella valle del Santerno si ferma al 63,9% e nella valle del Panaro non raggiunge il 50%. In secondo luogo, come specializzazione colturale, poiché in val di Non il 99% del territorio è coltivato a melo, mentre la prima specie in Valle Varaita (l’actinidia) è coltivata solo nel 43,8% della superficie. Stesso discorso per la valle del Panaro, in cui il ciliegio è coltivato solo nel 35,9% della superficie e nella valle del Santerno in cui il castagno si ferma al 36,5%.



Gli effetti benefici sul territorio sono visibili guardando i dati relativi ad altri comparti. In primo luogo a beneficiare del presidio della campagna è il turismo nelle valli, a partire dall’agriturismo. In Val di Non il numero delle aziende agrituristiche è aumentato da 3 a 18 dal 2000 al 2017, mentre nelle altre valli il numero è rimasto sostanzialmente invariato o al massimo è aumentato di una unità. Contestualmente, sempre in Val di Non, è cresciuto il numero delle presenze turistiche, ossia dei pernottamenti, che è passato da poco meno di 350mila a quasi 405mila nello stesso periodo analizzato.


 
Ma non è solo il turismo “agricolo” a trarne beneficio. Se si guardano i dati relativi agli arrivi turistici nelle valli, cioè il numero assoluto di turisti, si può vedere che in Val di Non questi sono più che raddoppiati, mentre nelle altre valli la crescita non è stata così esplosiva, anzi, nella valle del Santerno (-14%) ha il segno meno.
 


Ci sono poi altri influssi positivi sul territorio. E' il caso dei servizi per l’infanzia: la Val di Non presenta il più alto numero di scuole per l’infanzia per 1.000 abitanti.



Anche guardando i servizi sanitari la Val di Non si trova in prima posizione. Ha il più alto numero di posti letto per 1.000 persone delle quattro valli esaminate, seguita dalla valle del Panaro che però beneficia dell’ospedale a Vignola. Non sono invece presenti ospedali all’interno della Valle Varaita e della Valle del Santerno.


 
Infine, anche dal punto di vista della conservazione del territorio, si vede l’effetto positivo che ha la frutticoltura. Nella Val di Non, in cui la specializzazione ha permesso alle aziende di rimanere a presidiare il territorio, dal 2001 al 2018 la percentuale di aree soggette a rischio frana è cresciuta di 0,7 punti percentuali, mentre nella valle del Panaro e del Santerno l’aumento è stato nettamente maggiore, da 6,6 fino a 8 punti percentuali.


 
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