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mercoledì 17 ottobre 2018


Asparagi, lo stato dell'arte con Cina e Perù

Il convegno "Situazione ed evoluzione mondiale sull'asparago", tenutosi ieri mattina a Cesena Fiera, ha avuto il duplice obiettivo di presentare lo stato dell'arte dell'asparagicoltura in Cina e Perù, i due maggiori Paesi di produzione al mondo, e di evidenziare come l'aggiornamento delle tecniche colturali sia un aspetto quantomai fondamentale per assicurare la futura sostenibilità economica del comparto.

La Cina vede cinque province di produzione principali: Shandong (17mila ettari), Hebei (10mila ettari), Henan (10mila ettari) Jiangsu (9mila) e Shanxi (6.500). Le quali, insieme, rappresentano circa il 58% della superficie totale. "La superficie di coltivazione è passata dai 54mila ettari del 2009 ai 93mila ettari del 2017 - ha spiegato Chang Huaxing dell'Associazione industriale dell'asparago cinese - La produzione nazionale si attesta a circa 909mila tonnellate l'anno, di cui circa il 40% viene scartata e destinata all'industria conserviera". 

Nelle zone del Nord si produce soprattutto in campo aperto, mentre a Sud la coltivazione si realizza sotto tunnel di plastica. "Nel Nord - ha evidenziato - la raccolta può durare fino a 120 giorni, i produttori riescono ad avere una resa media di circa 10,5 tonnellate per ettaro e turioni di circa 25 cm. Negli areali del Sud, invece, la campagna può durare anche 260 giorni, le rese raggiungono le 15 tonnellate per ettaro e la lunghezza degli asparagi può arrivare fino a 45 cm".

Da ottobre a fine febbraio, l'offerta in Cina è sempre inferiore alla domanda e, di conseguenza, i prezzi sono molto alti. I produttori stanno quindi cominciando ad utilizzare tunnel di plastica a triplo strato per anticipare la raccolta al 15 gennaio, ottenendo rese maggiori del 55% rispetto ai tunnel singoli. 


Nel 2017 il mercato degli asparagi cinesi ha generato un valore di circa 2,6 miliardi di dollari. "Molti produttori - ha evidenziato ancora Huaxing - stanno cercando di creare propri brand e di passare dalla raccolta completamente manuale a quella meccanizzata. L'export pesa per circa 66mila tonnellate (+20% nel 2017). Il nostro prodotto non viene più destinato soltanto al mercato interno, ma sta entrando nella scena internazionale. Recentemente, infatti, abbiamo iniziato a esportare in Nuova Zelanda, Australia, Singapore e Thailandia".

Ma cosa ricercano i consumatori cinesi? Ha provato a rispondere a questa domanda Wenjing Chen dell'azienda Walker Seed. "Nel nostro mercato è importante avere turioni alti, senza antociani e altamente tolleranti alla Ruggine, patologia che viene considerata come il cancro dell'asparago. La Ruggine, in particolare, ha una incidenza del 30-40% dopo la fine della raccolta, da giugno ad agosto, quando la temperatura è alta e il clima è molto umido".

Per il Perù ha relazionato la rappresentante dei produttori Ciria Quispe. "La produzione nazionale si estende su un totale di 20mila ettari. La costa Nord (zona Libertad) è specializzata nella produzione di asparago bianco per l'industria conserviera, mentre la costa Sud (Ica) si concentra maggiormente sulla coltivazione del prodotto verde da mercato fresco".

"Il momento di maggiore splendore lo abbiamo avuto nel 2012 - ha proseguito Quispe - Le rese, negli ultimi anni, non sono state delle migliori. Così, alcuni produttori hanno scelto di sostituire l'asparago con altre colture, quali mirtilli e avocado. Si è smesso, in pratica, di scommettere sull'ortaggio sia per i problemi relativi alle risemine e alle risorse idriche, sempre più scarse, sia per la forte competizione con il Messico", altro importante player dell'Emisfero Sud con 20mila ettari. 

In Italia, giusto per fornire il dato sulle superfici, si coltivano ad asparagi 9.500 ettari. Siamo il terzo produttore in Europa, dopo Germania e Spagna.

L'esperto mondiale Christian Befve ha poi fatto una panoramica sulle nuove tecniche che possono aiutare la produzione. "Occorre innovare e reinventare la coltivazione dell'asparago, alla luce dell'incremento dei costi per la manodopera, dei cambiamenti climatici e della scarsità di acqua - ha sottolineato - L'aumento della distanza tra i filari, innanzitutto, può garantire una migliore aerazione, favorire l'esposizione al sole e l'efficacia dei trattamenti. Poi bisogna cercare di utilizzare macchine vangatrici per portare le radici più in profondità, macchinari per concentrare la materia organica, sistemi per controllare i volumi e la frequenza delle irrigazioni e per gestire la pacciamatura in base alla temperatura del suolo".



"Anche l'inerbimento tra i filari durante la raccolta - ha concluso Befve - può assicurare risultati positivi, in particolare sui terreni pesanti: la qualità del suolo migliora perché si possono guadagnare due gradi centigradi e si riduce il vento laterale”.

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