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lunedì 26 giugno 2017


Assobio, tutte le criticità del decreto controlli

AssoBio, l’associazione che raccoglie le 85 maggiori aziende italiane impegnate nella trasformazione e distribuzione di prodotti biologici, lamenta varie ombre nello schema di decreto legislativo approvato il 16 giugno che introduce nuove norme in materia di sistema dei controlli e di certificazione per il settore biologico.

“Siamo soddisfatti che, dopo aver stanziato 4 milioni per promuovere la diffusione dei prodotti biologici nelle mense scolastiche, son pochi, ma son pur sempre un segnale d’attenzione, il Governo abbia deciso di  aggiornare il quadro normativo dei controlli, che risaliva al 1995, quando le aziende biologiche erano meno di 10mila, contro le oltre 70mila d’oggi. Non a caso, tra i punti del Piano strategico nazionale per lo sviluppo del sistema biologico, che abbiamo sostenuto, erano previsti il miglioramento dell'efficacia del sistema di controllo e certificazione in Italia, a garanzia sia delle imprese che dei consumatori, e l’obiettivo di semplificare le procedure per gli operatori”, dichiara Roberto Zanoni, presidente dell’associazione.

"Ma le organizzazioni delle imprese che hanno dato vita al settore biologico e costruiscono giorno dopo giorno questo mercato, creando tutela ambientale, occupazione, benessere e, non ultimo, gettito fiscale, non sono state consultate. Perciò, consentiteci, la frittata è riuscita a metà. Siamo a piena disposizione del ministro Martina per un franco confronto sui temi del controllo, che sono assolutamente fondamentali per lo sviluppo del nostro settore, quello più in crescita dell’intero agro-alimentare italiano, e che per questo non possono essere oggetto di blitz”.

Aggiunge il vicepresidente Massimo Monti: “Tra le criticità del provvedimento segnaliamo una sottovalutazione del funzionamento del mercato internazionale biologico. Si tratta di un mercato in costante e forte crescita, che vede l’Italia come maggior esportatore al mondo; anziché sostenerlo, lo schema di decreto rischia di ostacolarne lo sviluppo. Con alcuni Paesi la Commissione europea ha stretto accordi di equivalenza, e quindi i prodotti possono essere esportati senza particolari formalità, ma per altri, anche di assoluto rilievo, come il Brasile o la Cina (la cui domanda è in forte aumento), non ha provveduto a farlo. In questi Paesi, e per alcuni prodotti anche negli Stati Uniti, le imprese italiane possono esportare solo con la certificazione di un organismo di controllo autorizzato anche dalle autorità del Paese di destinazione, oppure che operi in accordo con gli organismi locali. In sostanza, per accedere ad alcuni mercati esteri è indispensabile sottoporsi al controllo e alla certificazione di un determinato organismo di controllo: imporre alle aziende di cambiarlo ogni cinque anni può avere effetti devastanti sul nostro export. Per non parlare della necessità di destinare al macero etichette e confezioni: per legge riportano i riferimenti all’organismo responsabile dei controlli e a ogni cambio andrebbero gettate, un assurdo dal punto di vista ecologico, per non dire dei costi. Per garantire l’assenza di conflitti di interessi tra operatori e organismi di controllo – continua Monti -  ci son già meccanismi efficaci. Gli organismi sono obbligatoriamente accreditati da Accredia, l’ente italiano di accreditamento (di cui il Ministero delle politiche agricole è socio e di cui presiede gli organismi in ambito agro-alimentare), sono autorizzati a operare dallo stesso Ministero dopo un’istruttoria che accerta l’assenza di conflitto d’interessi oltre a idoneità morale, imparzialità, esperienza, competenza, adeguatezza di strutture e personale. Il loro programma annuale di attività è vistato dal ministero, che vigila su ogni loro attività assieme a Regioni e Province autonome. Se dalla vigilanza pubblica emergono ombre, il ritiro dell’autorizzazione dell’organismo è senz’altro dovuto, ma se a suo carico non si rileva alcuna irregolarità, perché costringere le aziende a ricominciare da capo ogni cinque anni l’iter di certificazione? È la negazione della semplificazione e intralcia lo sviluppo del settore”.

Un’altra questione che per il presidente Zanoni è più di principio: “Spiace che le imprese biologiche debbano essere le uniche costrette a cambiare organismo di controllo, mentre quelle ben più numerose di altri settori più rilevanti per entità economica e, va detto, infrazioni, non sono soggette a questo obbligo bizzarro. Anche i prodotti Dop e Igp hanno un marchio di qualità europeo, e nel 2016 l’ispettorato centrale repressione frodi ha rilevato tra loro un 22,9% di campioni irregolari. Nell’ambito dei vini Docg, Doc e Igt ben il 35,2% degli operatori ha presentato irregolarità, segnale di un sistema di controllo quantomeno con carenze e lacune. Di contro, nessun campione di ortaggi, frutta o prodotti lattiero caseari biologici aveva tracce di sostanze non ammesse. Se su un sistema di controllo si doveva operare con priorità assoluta, non sembra quello del biologico, che pure è migliorabile, come da tempo sosteniamo: meno carta e meno burocrazia, più banche dati e informatica, maggior efficacia nel contrastare i pochi operatori senza scrupoli che potrebbero cercare di infiltrarsi per trarre vantaggio del brillante andamento del settore”.

“Non ci convince neppure l’attribuzione di coordinamento e vigilanza sul sistema di controllo allo stesso Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari che da 25 anni ha questa responsabilità - conclude il vicepresidente Monti - Se il sistema da esso vigilato presenta criticità, forse non è il caso di confermargli la responsabilità. Il dipartimento ha aumentato sempre più le incombenze a carico della massima maggioranza d’imprese oneste, avviando costosissime e macchinose procedure informatiche che da anni non funzionano, non sempre si è attivato tempestivamente per bloccare i malviventi di cui il settore segnalava operazioni sospette, addirittura è intervenuto, almeno in un caso, per indurre un organismo di controllo a mitigare le sanzioni che aveva correttamente elevato a un operatore. Noi siamo per la specializzazione: molto meglio sarebbe attribuire le delicate funzioni al Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare dell'Arma dei Carabinieri, cui la norma istitutiva attribuisce le competenze nell’ambito della sicurezza e dei controlli nel settore agroalimentare”.

Fonte: Ufficio stampa Assobio


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