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venerdì 3 marzo 2017


Lo «strano caso» del pomodoro siciliano

Guido Grasso, titolare dell’azienda Dorilli, è un profondo conoscitore del settore dei pomodori: ne produce circa 800 tonnellate l’anno che vende soprattutto all’estero, in particolare Regno Unito, Svizzera e Germania. Punta di diamante dell’azienda di Vittoria (Ragusa) è il ciliegino Kamarino, proposto al cliente a caratteristiche qualitative e gustative elevate e costanti nel tempo. Condizioni che, se si mantengono per tutto il periodo invernale, dal 15 ottobre al 15 maggio, identificano il segmento premium.
 
“Sul mercato estero – dice Grasso – c’è interesse e movimento per il prodotto premium. E Spagna e Marocco, che hanno aumentato il livello qualitativo e gli investimenti in tecnologie, cercano di essere attivi in questo segmento. In generale, nel Nord Europa stiamo assistendo a un incremento della produzione invernale sotto luce; solo in Olanda parliamo di 700 ettari. In queste condizioni, le rese per metro quadrato sono il doppio delle nostre serre fredde”.

Sicilia restia al cambiamento
“La Sicilia – prosegue l’imprenditore – è restia e lenta a cambiare, anche perché il mercato interno è forte, e con una richiesta qualitativa piuttosto limitata. E, se da parte della Gdo estera c’è interesse per il prodotto premium, gli elevati costi delle serre ad alta tecnologia limitano lo sviluppo della produzione nel nostro areale”.
 
Insomma, i “pomodori tech” olandesi e del Nord Europa rubano spazi al prodotto premium italiano all'estero, dove sull’alto di gamma facciamo fatica a essere competitivi. “Anche perché, nel frattempo, la domanda di qualità costante nel tempo è aumentata – spiega Grasso - ma le nostre strutture produttive non sono idonee a soddisfarla con continuità. Per la Sicilia, dicevamo, i costi di investimento delle serre attive sono molto elevati, quindi le aziende devono sempre fare una scelta all’origine, se orientarsi all’esportazione oppure al mercato italiano, e adottare di conseguenza le opportune strategie”.
 
La produzione invernale siciliana storicamente si consuma nel nostro Paese. “In Italia, fino a quando c’è, si consuma pomodoro italiano, premium o no. Se la domanda interna è alta, se il mercato italiano soddisfa il produttore, non c’è stimolo al cambiamento. Ecco perché la produzione italiana è orientata per quasi l’80-90% al mercato interno. Ma non è solo questo – aggiunge Grasso – Se l’estero segmenta il prodotto per qualità intrinseca, da noi si segmenta secondo logiche totalmente differenti, ad esempio dell’Igp, dell’origine e territorialità”.

E poi, a ruota libera su innovazione e produzione biologica. “Oggi le ditte sementiere propongono nuove varietà ricche di gusto, ma bisogna ricordare che nelle serre fredde il microclima cambia di settimana in settimana, per cui il seme buono non basta a soddisfare la domanda estera di pomodori premium a qualità costante”.

“La domanda crescente di bio? E' legata alla sanità e sicurezza del prodotto – conclude Grasso – Ma, dietro, c’è un grande equivoco comunicativo perché, in realtà, il pomodoro convenzionale, quasi sempre ottenuto con metodo integrato, è altrettanto controllato, soprattutto se arriva sui banconi della Gdo europea, che ha disciplinari rigidissimi”.

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