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martedì 9 dicembre 2014


Patacche a km zero, urge riflessione

Dal produttore al consumatore, si usava dire. E si usa tuttora. Magari senza sapere bene cosa ciò significhi davvero.
Può capitare infatti che fra i due soggetti di cui sopra si frapponga un paio di interlocutori inaspettati, ovvero un mercato ortofrutticolo e un secondo produttore agricolo.
Quest'ultimo, ben lungi dal voler faticare nei propri campi, acquista i prodotti dal commerciante, il quale a sua volta li ha acquistati dal primo agricoltore, il quale resta ovviamente anonimo causa le falle abissali dei sistemi di tracciabilità delle catene alimentari italiane. E così, passando di quale in quale - in barba a ogni trasparenza e onestà commerciale - il secondo agricoltore può vendere i prodotti del collega spacciandoli come propri. Per giunta biologici. Già che uno c'è, infatti, che male ci sarà mai a tirare verso l'alto il prezzo finale millantando un valore aggiunto che oltre a essere soltanto presunto è pure inesistente?
Fantasie? Pure ipotesi? Mica tanto.

Premesso che fino a prova contraria un accusato è innocente finché non ne sia provata la colpevolezza in un tribunale, quanto emerso dalla puntata de "Le Iene" del 26 novembre scorso pare lasciare poche speranze a una famiglia di agricoltori veronesi, divenuta suo malgrado emblema televisivo di quanto sopra esposto.

Il servizio in questione, di cui Italiafruit ha scritto più volte nei giorni scorsi (cliccare qui per leggere) trasmette immagini di pedinamenti e di riprese ravvicinate in cui si vede una persona, facente capo a un'azienda agricola del Veronese, acquistare ortaggi presso il locale ortomercato.
Le cassette vengono caricate su un bel pick-up nero e via, tutto finisce nei magazzini dell'azienda in questione. Dopo qualche minuto, all'apertura dello spaccio aziendale, un'attrice del "team di nero vestito" si presenta e compra qualcosa, chiedendo informazioni sulla merce. Questa viene garantita dalla proprietaria come biologica e, ovviamente, prodotta in azienda. Una ricca sequenza di salamelecchi condisce poi il dialogo, con la perla di saggezza contadina che giunge alla battuta "L'orto vuole l'uomo morto", a sottolineare quanto si debba lavorare e sudare, anche a costo di non fare mai le ferie. Ferie viste per giunta come una punizione dalla stessa proprietaria. In effetti, caricare e scaricare cassette su e giù da un pick-up un po' di fatica la richiede pure.

Il giochino, per sicurezza, viene ripetuto dallo staff il giorno dopo. Questa volta "Le Iene" pensano bene di sincerarsi anche se presso l'ortomercato vi siano merci Bio, ma le risposte sono tutte negative. Ciò appurato, acquistano un campione di finocchi dall'azienda sospettata e lo fanno analizzare da un laboratorio.
E qui arriva la seconda sorpresa: due agrofarmaci vengono trovati. Nei limiti di Legge, ma vengono trovati. Cosa che con dei finocchi Bio non dovrebbe accadere.

Gran finale quindi al mercatino del paese, ove campeggiano i gazebo giallo-verdi della locale Coldiretti veronese e dove si vendono i prodotti di una campagna che, vista la puntata, rischia di sembrare molto meno amica di quanto sbandierato ai quattro venti. Gli stessi proprietari dell'azienda stanno all'ombra di uno di questi gazebo e finché possono negano anche l'evidenza (un bel cartello con su scritto "biologico" appeso proprio alla bilancia), con il figlio che si spaccia inizialmente per semplice dipendente salvo poi perdere le staffe passando alle vie di fatto prima col cameraman e poi con l'intervistatore.

Le ultime riprese del servizio diventano quindi una gazzarra da "baruffe chiozzotte" che però, dopo qualche risata, lascia l'amaro in bocca. Chi è giornalista del settore - ed è quindi nella posizione di raccogliere le solite confessioni a microfoni spenti - ne può infatti intercettare diversi di bisbigli su agricoltori/mercanti che comprano prodotti all'ortofrutticolo e poi li spacciano come propri. Per giunta, mica si compra la prima scelta, quella perfetta che si trova anche al supermercato. Altrimenti l'ingenuo cittadino, incendiato dal Sacro Fuoco dell'acquisto diretto, non noterebbe la differenza. Meglio acquistare merce di seconda scelta, imperfetta. Quella si che sa di "roba del contadino" e la si può quindi vendere a prezzi più alti perfino della prima, di scelta.

Ben più di uno

Stante i fatti di cui sopra, qualche parola va subito detta a chi per caso si stia apprestando ad adottare la linea di difesa già collaudata nel doping sportivo, ovvero quella di crocifiggere il malcapitato colto in flagrante per far vedere che il resto della truppa è invece a posto: non solo "Le Iene" fanno indagini, infatti, perché spesso ci si mettono anche le Forze dell'Ordine e quando ciò accade sono cavoli. Biologici? No, amari. Basti vedere cosa successo in Provincia di Padova (leggi l'articolo di Italiafruit News), ove perfino colui che ha denunciato il locale malaffare è poi precipitato in un mare di guai quando la Forestale incaricata delle indagini ha scoperto che - pure lui - comprava le merci presso i supermercati e poi le rivendeva come autoprodotte. In altre parole, non contento di vendere lui per primo prodotti "aumma-aumma", l'originale soggetto pretendeva pure di sfruttare l'operato delle Forze dell'Ordine per sbarazzarsi di qualche concorrente in modo da avere più spazi commerciali a disposizione. Peccato per lui - e meno male per gli ingenui acquirenti di quel mercatino - che  il furbetto abbia poi fatto la fine dei pifferi di montagna: è cioè andato per suonare, ma poi è rimasto anch'egli suonato.
Auguri di buon lavoro quindi alla Procura di Padova, nella persona del magistrato Sergio Dini, affinché l'indagine per frode in commercio porti a pene esemplari. E buon lavoro anche ai giornali, alle tv, ai web-magazine. Cioè tutti quelli che avrebbero il dovere di diffondere informazione corretta anziché prediligere apologie buoniste di stampo ideologico come spesso accade.

Tornando al caso trattato da "Le Iene", si può solo attendere ora che qualche altro magistrato proceda con un'indagine seria. Perché la frode è materia di Penale. Nel frattempo, suggerirei allo staff di Italia 1 di ripetere l'indagine in qualche altro mercato ortofrutticolo. Quello di Milano, tanto per citarne uno a caso.
Ma non subito. Magari fra qualche mese, quando il polverone mediatico si sarà calmato e i soliti gaglioffi riprenderanno lo stradello coi loro pick-up e i loro furgoncini, all'insaputa di qualche ingenuo taddeo illusosi di aver trovato una via agreste per opporsi alle logiche economiche dei supermercati.

Fare pulizia si, ma dall'interno

Circa le trombe suonate sui prodotti a KmZero, Bio, a produzione propria, sarà bene ora sollecitare una riflessione molto seria.
Da agronomi? No, da consumatori. Perché le Gdo saranno anche strozzine con i fornitori quanto a prezzi, ma almeno pagano le tasse e garantiscono livelli di attendibilità molto più elevati di quelli che può offrire un qualsiasi cialtrone - magari un po' furfante - che allettato da facili guadagni s'improvvisi mercante, approfittando peraltro della dabbenaggine di cittadini che spesso capiscono di sedani e carote un po' meno di quanto un agronomo capisca di maioliche Ming, ma che hanno comunque la presunzione di sapere dove sia meglio fare la spesa.

E un suggerimento finale gioverebbe fors'anche a Coldiretti.
Nello specifico spazio "Il carrello della spesa" della  puntata del 13 novembre di "TG2 Insieme" si è parlato di KmZero, del progetto Campagna Amica e dell'utilità sociale, ambientale ed economica di fare la spesa presso le aziende agricole che aderiscono all'iniziativa giallo-verde. A testimoniare ciò, Rolando Manfredini responsabile qualità di Coldiretti.  Questi ha stigmatizzato duramente le ciliegie cilene e altri prodotti d'importazione, causa di forti emissioni di gas serra durante il trasporto intercontinentale. Pure ha ricordato come, mediamente, gli alimenti percorrano circa duemila chilometri per arrivare sulle nostre tavole. Ecco quindi perché sarebbe bene, sempre secondo Coldiretti, andare a rifornirsi direttamente presso le bancarelle dei produttori locali.

Dato che il servizio de "Le Iene", volenti o nolenti, ha ripreso proprio quelle bancarelle e gli stemmi della locale associazione, non pensa forse Coldiretti di dover prendere una posizione più dura e severa nei confronti di chi furfanteggia, invece di limitarsi ad applaudire a posteriori le Forze dell'Ordine una volta che l'inciucio sia stato ormai smascherato? Perché a buoi scappati, ostentare applausi a chi chiuda la stalla ormai vuota non pare avere molto senso. Per di più, contribuisce a trasmettere dell'agricoltura l'immagine di un settore che se non viene controllato dall'esterno non è capace di comportarsi onestamente in piena autonomia.
E di stalle aperte sembra ve ne siano pure parecchie, a giudicare da quanto successo nelle province di Padova e Verona.

Magari, modalità più restrittive di adesione a Campagna Amica farebbero si che i mariuoli che partono già con l'idea di fare i furbi vengano scoraggiati. Come pure gioverebbe l'effettuazione di controlli interni, a campione, anziché aspettare che siano i Tutori dell'Ordine, o peggio "Le Iene", a scoperchiare il pentolone del commercio truffaldino. Perché quando ci si mette pubblicamente la faccia nel sostenere e promuovere un'iniziativa, poi ci se ne dovrebbe anche assumere le responsabilità per quanto riguarda il rispetto delle regole.
Se infatti un consumatore compra ciliegie cilene almeno è consapevole di ciò che acquista. Se invece si vede rifilare verze sedicenti lombarde da qualcuno che non è tenuto a documentare un bel niente e non viene controllato adeguatamente, la sua fiducia non solo va in fumo sullo specifico agricoltore e sull'associazione di cui fa parte, ma anche sull'agricoltura in genere.
Perché poche altre cose possono fare danni al nostro già tanto vituperato settore quanto la demagogia una volta smascherata.

Autore: Donatello Sandroni

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