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Pere venerdì 25 settembre 2020


Pere sotto scacco, comparto a un bivio

Non ci piace essere catastrofisti, ma guardando il panorama pericolo italiano e ascoltando il grido di dolore che si leva dai produttori, vien da chiedersi se il comparto non stia per morire. L’auspicio, ovviamente, è che ciò non accada, ma il settore pericolo verrà fortemente ridimensionato. D’altro canto è stato colpito da una serie di calamità difficilmente ripetibili: cimice asiatica, Maculatura Bruna (Alternaria e marciume calicino), Colpo di fuoco batterico, cascola un anno e freddo primaverile (che causa cinghiature) l’anno dopo.

Questi colpi letali si sono abbattuti su di un pugile dalle gambe fragili come l’Abate Fétel: da diversi anni a questa parte soffre di una bassa produttività che lascia pochissimi margini di errore al frutticoltore. Dopo una serie di eventi così catastrofici, ha ben più di un occhio nero e non a caso diversi produttori stanno appendendo i guantoni al chiodo per armarsi di motoseghe e porre così fine alle proprie pene.



A questo punto è lecito chiedersi: si poteva fare qualcosa prima di arrivare a questo punto? Nessuno ha in mano la sfera di cristallo, ma i punti deboli del settore sono noti da diverso tempo. Già più di dieci anni fa partecipando ad un qualsiasi convegno sulle pere, era chiaro ed evidente che la monocoltura di Abate Fètel portava in grembo delle problematiche che si sarebbero acuite negli anni, soprattutto se si considera che in alcune aree l’intensivizzazione dei frutteti è stata piuttosto spinta, con densità di piantagione molto elevate ed il conseguente utilizzo di mezzi tecnici a tratti esasperato. Fra l’altro, l’Abate è fra le cultivar più “rognose” in conservazione a causa di una elevata sensibilità alla carenza di ossigeno.

Quindi le criticità per imporre un cambio di rotta c’erano tutte, ma la lungimiranza non è certamente una virtù del settore ortofrutticolo, un po' come la capacità di fare sistema anche all’interno della stessa filiera. Probabilmente, 10 anni fa, una aggregazione di livello, non tanto commerciale ma soprattutto tecnica, con tutti gli operatori che si rimboccavano le maniche (investendo risorse finanziare) per trovare un piano B avrebbe potuto evitare questa situazione. Qualche tentativo c’è stato ma con scarsi risultati. Difatti, ci ritroviamo in braghe di tela, con le aziende che chiedono un risarcimento economico ad uno Stato che di soldi ne ha pochi e per l’ortofrutta non ne ha proprio.



Morale della favola? Gli ettari caleranno drasticamente, ma probabilmente si cercherà di piantare Abate altrove (Sud Italia?) visto e considerato che i prezzi in produzione saranno molto alti e che invoglieranno diverse aziende “vergini” a provarci (con tutte le conseguenze del caso).
L’altro insegnamento che si dovrebbe trarre è che ciò che sta accadendo alla pericoltura può ripetersi a qualsiasi altro settore ortofrutticolo, soprattutto se parliamo di colture arboree. D’altronde, coltivando per decenni negli stessi terreni con le stesse cultivar esasperando sempre di più la tecnica colturale, diventa solamente una questione di tempo. Il kiwi, per esempio, sembra sulla buona strada.

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