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venerdì 6 maggio 2016


Albicocchi, ciliegi, kiwi: la frutticoltura che verrà

Da Nord a Sud della penisola, quella che sta per iniziare sarà la stagione delle raccolte inferiori alla media. E’ così per le ciliegie precoci e le albicocche, sarà così, molto probabilmente, per i kiwi.

L’innalzamento delle temperature invernali determina, infatti, nelle piante da frutto comportamenti anomali e la vecchia distinzione delle varietà a seconda del fabbisogno in ore di freddo (calcolate convenzionalmente da ottobre a febbraio al di sotto di 7,2°C) sembra non bastare più.

Come ha recentemente spiegato Carlo Fideghelli sulla newsletter della Accademia dei Georgofili, la maggior parte delle varietà coltivate nei Paesi mediterranei ha un fabbisogno in freddo che varia da 6-700 a 1.000-1.200 ore, in linea con un andamento stagionale “normale”. Il cambiamento climatico in atto e la diffusione al Sud Italia (Basilicata e Sicilia, in primis) in particolare dell’albicocco e del ciliegio sta dunque concretamente ponendo il problema della adattabilità ambientale delle cultivar di queste specie.

Alcune varietà di albicocco e di ciliegio quest’anno registrano una anomala cascola di gemme a fiore che si tradurrà in una fruttificazione inferiore rispetto alla potenzialità del frutteto. L’origine del fenomeno può essere ricondotto al mancato soddisfacimento del fabbisogno in freddo di varietà selezionate in territori nei quali il clima è decisamente diverso da quello dell’Italia meridionale. Quasi tutte le nuove cultivar di ciliegio, infatti, sono state selezionate in British Columbia (Canada), in Nord Italia (Bologna) e nell’Europa Centrale, o derivano da genitori ottenuti in quelle regioni, mentre la quasi totalità delle albicocche di nuova generazione è stata selezionata in Francia.

Un po’ quello che accadde negli anni '50-'60 del secolo scorso con alcune cultivar di pesco. Introdotte perlopiù dagli Stati Uniti, in Italia meridionale avevano problemi di soddisfacimento del fabbisogno in freddo con conseguente cascola di gemme a fiore. Ma il problema è stato superato con la successiva, prevalente importazione di cultivar dalla California e, per le aree a clima più mite delle regioni meridionali, dalla Florida, due stati con clima molto simile al nostro meridione.

Insomma, se il clima sta cambiando (ed è così) e i cambiamenti diventano la nuova normalità, forse dovremo “rifotografare” i nostri territori. Non solo. Conosciamo davvero le reali esigenze delle nuove varietà che piantiamo? Dovremo classificare ulteriormente le piante secondo il fabbisogno in freddo medio-alto, medio-basso e così via?

“Se il riscaldamento del clima continuerà all’attuale ritmo - sostiene Fideghelli - aree sempre più ampie dell’Europa mediterranea avranno lo stesso problema di adattabilità che oggi registriamo per le regioni più meridionali e il miglioramento genetico è chiamato da subito ad affrontare il problema per selezionare cultivar a basso fabbisogno in freddo delle diverse specie, così come è stato fatto con successo per il pesco”.

“Al Crea, Centro di ricerca per la frutticoltura di Roma è presente la collezione di 5.500 diverse accessioni di 25 specie da frutto, oltre a diversi programmi di miglioramento genetico di pesco, albicocco, ciliegio, lampone e kiwi. In effetti, il problema dei cambiamenti climatici crea un nuovo scenario, in cui le risorse genetiche con diversa resilienza a fattori abiotici estremi diventano strategiche per la sostenibilità economica della frutticoltura”, dichiara a Italiafruit News il direttore Davide Neri.

“La mia impressione è che la classificazione delle varietà in base al fabbisogno in freddo debba prendere in considerazione anche una plasticità fenotipica generale della varietà. In effetti, l'andamento climatico in questo anno ha mostrato un periodo di caldo anomalo fino a dicembre e poi un inverno mite con ritorni di freddo non trascurabili in fioritura. Diventano importanti i ritmi di crescita del germoglio durante la stagione. Così alcune varietà di albicocco in collezione hanno perso completamente i fiori (cascola da mancato soddisfacimento di freddo, nda) sul ramo misto ma non sui dardi, indicando una diversa dormienza e un diverso fabbisogno in freddo nelle gemme presenti sui diversi tipi di ramo, cresciuti in momenti diversi durante la stagione vegetativa”.

“Probabilmente - conclude Neri - con lo stesso numero di ore di freddo di questo inverno ma con una distribuzione diversa (più freddo in dicembre) ci sarebbe stato un comportamento diverso. Questo crea la necessità di un miglioramento genetico che guardi a una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici, non solo al basso fabbisogno in freddo in senso stretto”.

Secondo Paolo Inglese, ordinario dell’Università di Palermo, la variabilità climatica non comporta al momento un clima ben definito ma, comunque, gli inverni sono caldi e ritardati mentre le precipitazioni sono più intense e concentrate.

“Da un punto di vista fenologico – dice Inglese a Italiafruit News – osserviamo ritardi di fioritura per il pesco e una maggiore scalarità nel caso della vite, ma al momento non disponiamo di molti dati di fenologia generale”.

“Sembra chiaro che dovremo ricorrere a varietà a basso fabbisogno in freddo, senza rinunciare alla precocità. Quel che è certo – conclude Inglese – è che la frutticoltura in Meridione è messa a rischio dalle precipitazioni intense, con aumento di cascola e problematiche fenologiche sia in fase di fioritura che di maturazione dei frutti”.

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